Sotto la pioggia ©

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È sotto la pioggia
che scivola il dolore.
Le gocce di cielo
non sono lacrime.
E nemmeno sudore.
Ognuna che mi bagna
è come un bacio
di chi invisibile
mi vuole bene,
senza ritorno.
E mi piace inzupparmi.
Baciato da tutti gli angeli.
Poi arriva il sole,
sembra sereno,
ma diventa tutto arido.
Sentieri e ombre sterili.
Sudare diventa necessario
e le sue gocce bruciano il viso,
così come da una vita
queste lacrime asciutte
evaporano sperdute ed estranee
lungo infiniti valichi solitari.

I codici dell’amore ©

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L’amore è una forza autonoma, indipendente, autosufficiente, e svolge una funzione cosmica, quella di permettere a ciascuno di noi di realizzare il suo destino.
Ma siamo diventati un’umanità di ragionatori e di pensatori, “l’amore vero” e le sue leggi sono quanto mai distanti dalla nostra vita. Tutti parlano dell’amore che vorrebbero, del loro sogno di innamorarsi, ma in realtà stanno pensando sempre a se stessi, a come far perdurare il loro Io, le loro convinzioni, la loro visione della vita. L’Amore non ha schemi: è una forza libera e viene proprio per distruggere le certezze in cui siamo rinchiusi. In realtà tutti si innamorano di sé e sognano l’amore per rafforzare la propria identità, alla fine inconsciamente per diventare sempre più uguali a ciò che già sono. Siamo specialisti nel distruggere gli amori e l’amore.
I codici dell’amore vanno compresi: da loro dipende il nostro destino. Innamorarsi significa cantare un inno a un dio sconosciuto, a una forza che serve a esaltare i tesori nascosti nella nostra stessa essenza. Sono loro la terapia migliore per curare i nostri mali, possiedono l’energia per portarci dove dobbiamo andare.
E se ci innamoriamo e abbiamo, tenendola a volte nascosta, la meravigliosa idea di fare l’amore con la persona amata è perché il nostro lato sconosciuto, quel buio che pensiamo ci abiti, si esalti invece e faccia volare la nostra essenza, le metta le ali e la porti verso i suoi veri talenti, verso la sua vocazione, verso ciò che siamo per davvero.
L’anima quasi sempre provvede a farci incontrare gli amori giusti, siamo noi a complicarli con i nostri giudizi. Ci innamoriamo per curarci, per guarirci, per evolvere, non per attaccarci a qualcuno. E men che meno per mettere gli amori che arrivano nel nostro indispensabile, incontrovertibile progetto di vita.
Chamfort, uno dei più grandi filosofi, ma semisconosciuto, diceva: “C’è una saggezza superiore a quella che di solito è chiamata con questo nome, essa consiste nell’assecondare arditamente il proprio carattere, le proprie tendenze, la propria vera essenza nascosta e incomprensibile razionalmente, accettando con coraggio gli svantaggi e gli inconvenienti che può provocare”.
L’amore non guarda con gli occhi, ma con gli affetti, per questo Cupido viene rappresentato bendato; l’amore non ha il principio di distinguere: alato e cieco, è tutta forza senza giudizio…
L’amore viene per disintegrare il personaggio, la caricatura che recitiamo con noi stessi e con gli altri. Ed è proprio la caricatura che non vuole morire, che resiste, che si fa domande. Mai come quando arriva qualcuno che condivide amore, dobbiamo essere senza volto: accoglierlo, farsi travolgere, scoprire la divina follia che ci regala, per innamorarci anche della nostra vera essenza, l’unica depositaria della verità di ciascuno di noi.
L’anima non si avvicina a qualcuno se non è la persona giusta per noi, come una pianta espande le radici là dove vi è il nutrimento più adatto per lei, non si fa attrarre dalle apparenze, ha la predisposizione naturale a trovare l’anima gemella per realizzare la sua evoluzione. Al di là di ogni costruito della vita necessaria, al di là di ogni raziocinio e morale sociale. Tutto il resto che si avvicina, che non è anima, non lo sarà mai. E abbiamo un dono speciale che in relazione al tempo spoglierà questa maschera. E’ la nostra essenza universale, che sa con chi verrà in relazione, e, o prima o dopo, renderà lievi e spogli inevitabili prigioni umani di pensiero.

Krishnamurti scriveva:
Il pensiero è il più grande ostacolo all’amore. Il pensiero crea una divisione
tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere e su questa divisione si basa la morale; ma né il morale né l’immorale conoscono l’amore, e non lo conosceranno mai.

Il Filo Rosso del Destino

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La leggenda del filo rosso è un’antica credenza orientale che racconta come le anime gemelle siano legate da sempre e per sempre da un filo sottilissimo, legato al mignolo della mano sinistra oppure, secondo alcune versioni, alle caviglie. Il filo rosso del destino unisce in maniera indissolubile due persone a dispetto di differenze di età, di ceto sociale, di luogo di nascita o di residenza: è un legame indistruttibile, insomma, più forte di tutti e di tutto.

Il filo rosso in certi casi può essere estremamente lungo e per questo motivo può intrecciarsi, aggrovigliarsi, annodarsi: sono le difficoltà che possono minare un rapporto, renderlo complicato, che possono rischiare di comprometterlo. Due anime che sono destinate a congiungersi, comunque, lo faranno in un modo o nell’altro ed ogni groviglio che sarà sciolto, sarà il superamento di una difficoltà o di un ostacolo frappostosi alla felicità dei due amanti. Il legame diventerà più forte, più vivo, più autentico e durerà per sempre.

Unmei no akai ito, vale a dire la leggenda del filo rosso del destino, è probabilmente la più conosciuta di tutte le leggende giapponesi. In realtà, però, la storia del filo rosso nasce nella vicina Cina, tanto è vero che è ambientata secondo tradizione durante il periodo della dinastia Tang, regnante sul paese dal 618 al 907 d.C. Secondo i racconti, un tale chiamato Wei, rimasto orfano in tenera età, desiderava ardentemente sposarsi e creare una famiglia, ma senza successo. Non riusciva a trovar moglie, nonostante fosse alla continua ricerca dell’anima gemella. Destino volle che un giorno si ritrovò nella città di Song, dove conobbe un tale che si offrì di presentargli la figlia del locale governatore, bella e morigerata, sicuramente un buon partito per lui. Ne avrebbe parlato col padre e gli avrebbe fatto sapere la risposta. I due si diedero appuntamento al mattino seguente, ma Wei non riuscì a dormire per tutta la notte e già all’alba si presentò al luogo dell’incontro.

Qui incontrò un vecchio, che leggeva un libro incomprensibile, scritto in caratteri mai visti prima. “Proviene dall’Aldilà”, rispose il vecchio a Wei che gli chiese incuriosito in quale lingua fosse scritto. “Di solito a quest’ora non c’è nessuno in giro, tranne quelli come me. Noi che veniamo dall’altro mondo e siamo incaricati di occuparci degli uomini, lo facciamo all’alba”. “Di cosa ti occupi?”, chiese un po’ preoccupato il giovane. “Di matrimoni”. E una luce si accese sul volto di Wei. “Da quando sono bambino cerco una compagna, il mio più grande desiderio è quello di metter su famiglia. Cerco la mia compagna da 10 anni, potrebbe essere la figlia del governatore. È lei? Ti prego, dimmelo”. “No, non è lei. Tua moglie attualmente ha solo 3 anni, quando ne avrà 17 la sposerai”.

Quindi il vecchio raccontò al giovane cosa conteneva il grande sacco che aveva accanto: “Il filo rosso del destino per legare mariti e mogli. Non si può vedere, ma è questo il modo che consente a due persone di essere legati per sempre. Tagliarlo è impossibile”. Alle domande insistenti del giovane, il vecchio poi rispose: “La tua sposa è la figlia della vecchia Chen, che ha un banco al mercato”. In effetti Chen, molto anziana e cieca da un occhio, sedeva presso il suo banchetto con una bimba aggrappata al collo. “Porterà onori e ricchezze alla tua famiglia”, aggiunse il vecchio che poi si dileguò.

Wei, deluso, non credeva che quella piccola bimba, sporca e malridotta, avrebbe potuto essere una moglie degna di lui. Chiamò il suo servo e gli ordinò di uccidere la piccolina, in cambio di 100 monete di rame. Il servitore adempì al compito, ma non riuscì a colpire la bimba al cuore perché si voltò di scatto. La ferì tra gli occhi, ma credette comunque di averla uccisa.

Negli anni seguenti Wei continuò a cercar moglie senza successo. Si dimenticò di quella vecchia storia fin quando non strinse rapporti con il governatore di Shiangzhou, che gli offrì in sposa la sua figlia 17enne. Erano passati 14 anni dall’incontro col vecchio. La ragazza, bellissima ed assai devota, portava sempre sulla fronte una piccola pezza da cui non si separava mai. Wei un giorno le chiese perché: “Non sono la figlia del governatore, ma sua nipote”, confidò la giovane moglie in lacrime.

“Mio padre era governatore a Song, morì insieme a mia madre e a mio fratello quando avevo tre anni. Fui cresciuta dalla mia governante, si chiamava Chen, ed un giorno un pazzo tentò di uccidermi al mercato, provocandomi questa cicatrice. Qualche anno dopo mio zio mi prese con sé”. Wei di colpo capì che il vecchio aveva ragione e che la leggenda del filo rosso era autentica. Commosso e pentito, confessò alla moglie che era stato lui a ordinare di ucciderla e le raccontò tutta la storia. I due si amarono per sempre e diedero al mondo un figlio che li riempì di soddisfazioni.

Namastè ©

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Namaste, namastè, namastèe o namaskar è un antico saluto indiano che viene usato molto spesso anche in altre zone dell’asia e non solo.
Nella cultura indiana, questo gesto è considerato un mudra (anjali mudra), un gesto simbolico delle mani che spesso viene utilizzato nella pratica dello yoga.
Secondo gli yogi infatti, il fatto di posizionare o muovere le mani in certo modo, influenza tutto il corpo.
Namaste, conosciutissimo anche come namaskar, viene di solito pronunciato mentre si portano le mani giunte al petto e può essere usato come saluto, sia quando ci si incontra che quando ci si lascia.

“Namas” = che significa prostrarsi, inchinarsi, salutare;
“Te” = che invece significa “a te”;
Quindi unendo i due termini arriviamo al significato completo di questa parola: io saluto te, io mi inchino a te, io mi prostro a te.

A questa parola è però associata una valenza spirituale, per cui può essere tradotta in modo più completo con: “mi inchino alle qualità divine che sono in te”.
In sostanza, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità che c’è in ognuno di noi.

Chi pronuncia questo saluto con la l’accento finale, chi senza accento e chi, come gli americani, creano una loro pronuncia di questa parola, come se l’avessero inventata loro.
La versione più diffusa però è sicuramente quella con l’accento sull’ultima vocale.

Anche se la traduzione dal sanscrito è semplicemente “io mi inchino a te” questa parola ha molti altri significati più profondi.
Secondo gli indiani, al centro del cuore giace l’anima e, mettendo le mani giunte sul petto mentre si dice Namaste, si saluta la presenza divina che si trova in ognuno di noi.

Ma non è l’unica interpretazione, ce ne sono numerose altre che sono molto simili:
-Unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale divino che è in te;
-La scintilla divina che è in me saluta la scintilla divina che è in te;
-Lo spirito che è in me riconosce lo spirito che è in te;
-Il divino in me onora il divino che è in te;
-La luce che è in me saluta la luce che è in te;
-L’umiltà che è in me saluta l’umiltà che è in te;
-Il dio in me saluta e incontra il dio che è in te;

Lo yoga ci ricorda che siamo tutti uniti. Ognuno di noi è diverso dall’altro, ma siamo uniti come essere umani, con la natura e, in questo caso, uniti nel cammino dello yoga.

Quando un insegnante saluta i suoi studenti con Namaste si sta inchinando e ringraziando il divino che è in loro che li ha uniti per condividere il percorso dello yoga. E tu, semplicemente rispondendo, contraccambi questo fantastico gesto di gratitudine.

La parola Namaste è solitamente accompagnata da un gesto delle mani.
Per eseguirlo correttamente unisci i palmi di fronte al cuore, come se stessi pregando, ed pollici toccano lo sterno. La testa si piega leggermente in avanti e gli occhi si chiudono.
Il gesto delle mani giunte è chiamato “anjali” ( dalla radice anj che significa celebrare, onorare), rappresenta l’unione dello spirito e della materia: la mano destra (la natura divina) e quella sinistra (la natura terrena).
Secondo lo yoga, unire i palmi è un mudra (anjali mudra) che serve per attivare il chakra del cuore (Anahata) e inclinare la testa serve per invece per immergersi nell’azione stessa.
Quando si usa anjali mudra con namaste, si pensa che ci sia uno scambio di energia tra le due persone. Se invece vuoi mostrare profondo rispetto nei confronti di chi è davanti a te, puoi fare lo stesso gesto a mani giunte davanti al terzo occhio (tra le sopracciglia), anziché davanti al cuore.

Nella pratica yogica si usa spesso questo gesto delle mani in due sequenze conosciutissime, per iniziare e terminare l’esercizio:
-Il saluto al sole (Surya Namaskara);
-Il saluto alla luna (Chandra Namaskara);

Nessuno però conosce come è nata questa parola.
L’unica cosa che sappiamo, grazie ad alcune raffigurazioni, è che era già presente in India circa 3000 anni fa.
Negli anni questa semplice parola è stata usata per vari scopi.
In alcuni casi come segno di completa sottomissione verso un altra persona;
In altri casi come rispetto per una persona più anziana;
Nella cultura buddista invece è usata come segno di rispetto verso chi è di fronte;

L’uso ed il significato di Namaste possono variare leggermente a seconda di dove ti trovi e di chi stai salutando.
-In India per esempio è usato per salutare qualunque persona. In Nepal invece, si usa la variazione Namaskar, per salutare principalmente gli anziani.
-Nella cultura induista è un gesto religioso che si usa quando si entra in un tempio per ringraziare le divinità.
-In occidente invece, si usa esclusivamente in centri dove si fa yoga e meditazione, dove è considerato un mantra, cioè la combinazione di sillabe sacre che formano un nucleo di energia spirituale e che funziona un po’ come un magnete per attrarre, o meglio come una lente per concentrare le energie spirituali.

Namaste viene comunemente rappresentato con lo stesso simbolo del mantra Om.
Se fai yoga, sicuramente hai già visto questo simbolo che può essere semplificato come una sorta di 3, un gancio che esce dalla parte posteriore ed un puntino con un curva nella parte superiore.

Ogni parte di questo simbolo ha un significato:
-La parte inferiore del 3 simboleggia lo stato di veglia, cioè quello in cui ci troviamo durante la vita quotidiana;
-La parte superiore del 3 è lo stato di sonno profondo;
-Il gancio nella parte posteriore significa lo stato di sogno, cioè i nostri sogni e le nostre speranze;
-La curva sotto la puntino si riferisce allo stato di illusione, chiamato Maya. Questo stato separa il punto dalle tre curve ed è come se fosse un ostacolo che ci impedisce di raggiungere lo stato ideale.
-Il puntino in alto invece rappresenta lo stato ideale, chiamato Nirvana, cioè la meta di ogni pratica spirituale.

Non si può rimanere impassibili e non essere toccati da persone completamente sconosciute che ti salutano dicendo namaste e inchinando la testa verso di te.
Solitamente sono persone molto povere che non hanno niente ma che allo stesso tempo hanno un umiltà che ti entra dentro, che ti salutano con un sorriso e che dicendo namaste salutano il divino che è in te.

Namastè.

Causalità ©

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Ogni cosa nell’universo avviene per un preciso motivo. Nella nostra dimensione, sono soprattutto gli incontri e le condivisioni che sembrano casuali, quelli che sono invece causa di un progetto ben più importante di una semplice coincidenza. Le anime affini e che sono unite, nell’eterno e dall’eterno, dalle stesse scintille di energia originaria, si ritrovano e si riuniscono per poi disperdersi ancora nel caos comprensibile solo a chi sa. Niente se ne va se non dopo averci trasmesso ciò che è il destino compiuto deve insegnare vicendevolmente. La natura umana e gli schemi sociali non sono in grado di mantenere unione di analogie. Né, se queste analogie sussurrano meraviglia, esse riescono ad accogliere responsabilità ed equilibri oltre i propri blocchi esperenziali. Si è incatenati in maniera rassicurante alla propria esistenza e alla costruzione faticosa della vita come ad un ancora. L’ancora tiene ferma e sicura la nave nel porto, ma sarà sempre celata senza respirare sotto la superficie dell’acqua, inchiodando sul fondo sogni e speranze. L’universo nel giro dei tempi, lavora con amore nel verso compiuto e incomprensibile ai più, resettando ogni memoria nei ricordi. Se tu saprai ricordarmi, mi riconoscerai sempre vicino a te. Io non dimentico, come trauma e dono, e lo farò in ogni caso.

Il tempo ©

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Ho bisogno dei tuoi occhi per raccontare ancora le mie favole. Le favole vivono accarezzando la sensibilità di chi ancora crede ai sogni. La sensibilità è la più alta delle intelligenze. E’ inutile raccontarle a chi ne è privo. Il cuore ha dentro di sé la possibilità di guarire da tutto, è l’unico che può convincere la mente a lasciarsi andare in nome suo, è il solo che ci accompagna ad ascoltare il silenzio, mai deserto o vuoto, ma memoria sempre abitata da affetti e da amori di ogni tempo. E, mentre rimandiamo tutto, in nome della ragione, è il tempo che passa inesorabile portandosi con sé la vita su questa terra. Io ho visto passare il tempo in un silenzio assordante, lasciandomi impotente, il più delle volte, ai suoi rintocchi. E’ stato breve nello scorrere nei momenti belli e troppo lento ad andare via dentro i tanti vuoti pieni di lacrime asciutte. L’ho preso in prestito troppo spesso per dedicarlo a falsi miti e deboli amori, l’ho visto sgusciare via dentro una coltre di illusioni e di congetture, di forza e di fantasia, di struggente malinconia, impotenza e immobilità. Poi ho cominciato ad amare i suoi silenzi alle mie domande, ho provato a stringerlo a me, per non sprecarlo e rischiarlo invano. L’ho amato tutte le volte che, fermo dinnanzi a me, mi invitava a rialzarmi da terra, per fargli spazio nel suo cammino e nel mio. Mi ha regalato il privilegio di stare bene da solo, anche stando in mezzo a mille, mi ha donato il significato di scegliere con chi trascorrerlo. Mi ha insegnato, ancora di più, a scegliere in fretta e ad amare le scelte, sinonimo di libertà; mi ha fatto comprendere che si sceglie per proseguire, non per essere compresi o giudicati. Mi ha reso certo di una destino universale: chi ha un cuore grande, ha un’anima meravigliosa nel cammino verso la propria compiutezza. Mi ha fatto consapevole che la polvere d’oro, anche se preziosissima, quando arriva negli occhi, ostruisce la visione e brucia gli occhi. E che non esiste sasso o pietra, ostacolo o impedimento, dolore o pericolo, che non serva nel cammino della sofferenza verso la propria crescita spirituale. Tutti hanno conoscenza dell’amore e delle sue sfumature, ma parecchi hanno tanta povertà nel saperlo donare che hanno procurato tanto dolore ed assenza: mi sono sempre affidato al senso e al significato di ogni cosa o persona e a tradurre parole vuote in qualcosa di universale. Viviamo in funzione dell’avere, comprandolo, non ricordiamo che quello che conta davvero è gratuito: l’amore, l’amicizia, il rispetto, l’educazione e la voglia di serenità. Cerchiamo di pensare di essere liberi, ma siamo schiavi dei condizionamenti, dei pregiudizi, dei compromessi, della società e di tutte le sue regole, a volte instabili e impietose. Le persone belle, quelle profonde e di spessore, l’ho incontrate spesso nella strada, quella dei barboni e dei clochard, quella dei senzatetto e dei poveri in canna, quella degli umili e dei diseredati dalla vita, quelli che avrebbero mille motivi per odiarla, la vita, e che invece ancora la amano come solo chi soffre veramente sa fare, e per di più insegnano ad amarla. Ho imparato ad amare la malattia, odiandola, ho imparato ad accettare la sofferenza, perché depositaria dei più alti valori umani ed eterni. So per certo che solo chi ha sofferto tanto e chi ama davvero, sa ascoltare, non ti chiede mai come stai, ma sta con te, al tuo fianco, dividendo gioie e dolori, sta in silenzio non perché non ha dire, ma solo perché parla solo con chi è in grado di capire. Ecco perché ho bisogno ancora dei tuoi occhi increduli. Gli unici che riescono ancora a raccontare le mie favole, il più delle volte, in silenzio.

I poveri in spirito ©

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«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3)

Dobbiamo essere sempre preparati alle sorprese del tempo, quando per sorprese si identificano tutti gli attimi della vita che ci trovano impreparati a quello che è fuori dall’ordinario.

Ogni sorpresa ci trova confusi, meravigliati e positivi per un verso o sconvolti e negativi per un altro. Ma il dubbio, l’incertezza del nostro cammino non è un motivo di debolezza, anzi al contrario è proprio un segno di profondità d’animo e di consapevolezza, di crescita e di continua ricerca.

Beati i poveri in spirito. A livello intellettuale mi piace immaginare che Gesù intendesse i “confusi”. Poveri in spirito perché immersi in quello stadio dello spirito che tanto rischia di fare male, ma che è propedeutico e funzionale a tutte le coscienze più nobili e più alte. La confusione, il dubbio, l’incertezza conducono alla continua ricerca della chiarezza, la quale porta con sé una grande quantità di potenziale conoscenza.

Sicuramente la confusione di pensiero e di anima comporta un certo disagio e una attiva sofferenza a causa di essa. Ma ho imparato con gli errori a comprendere che si tratta invece di una benedizione: quando viviamo di questi frequenti momenti, abbiamo la sensazione di essere indecisi e poco pronti in spirito. Ma in quel preciso momento, quando tutto sembra difficile, siamo nel percorso di consapevolezza e della ricerca. Pe sappiamo inconsciamente che esistono cose nello spirito e in natura ben migliori. E senza accorgerci siamo proiettati oltre dagli stessi nostri dubbi.

L’umiltà del dubbio è quanto di più profondo possa avere a disposizione un uomo per aprirsi all’incanto del più nobile esistenzialismo. Cosa dire se ci fermiamo un attimo a riflettere di quanto male al mondo è commesso da gente perfettamente certa di sapere quel che fa? Non è certo commesso da quelli che si considerano confusi e in preda a perenni dubbi. Non è commesso dai poveri di spirito. Beh, sono convinto che Gesù voleva dire proprio questo. Grande Gesú, quanti dolori in nome di tutti, ci ha insegnato. Quanta umiltà potente e quanta povertà di spirito, ma non in spirito.

La migliore strada verso la consapevolezza superiore consiste nel mettere tutto in discussione. Cercare senza sosta, in mezzo a tante verità parziali e pseudo-certe, tanti pezzi di simil-verità autentica che poi la nostra anima assemblerà. E il presupposto vitale che la verità non è mai una sola, costituisce passaggi continui in mezzo a tante certezze vere o presunte. Certo, nessuno è stato mai in grado di completare il puzzle, ma più pezzi di incertezza esistono, più il quadro complessivo si apre verso una visione più universale.

Le nostre vite sono immerse nel mistero e pensiamo di non sapere dove stiamo andando, brancoliamo nel buio delle nostre coscienze. In qualche modo, però, sembra che siamo protetti da energie emozionali superiori, che fanno parte del concetto d’infinito. Ma come, nel nome di Dio archetipo, questa protezione funzioni, non lo sappiamo, ma ognuno di noi sa, senza saperlo ancora, che in qualche modo questa protezione esista e che sia più reale e tangibile di quanto noi possiamo ancora solo immaginare.

Io personalmente sono convinto che esistano quelli che sono “agenti speciali “ attorno a noi e che ci proteggono, nella misura consentita dalla correlazione che hanno con il concetto eigino della nostra libertà, mentre arranchiamo e brancoliamo nel buio di questo viaggio solo apparentemente misterioso e per molti senza senso.

Ho compreso tra i dolori e i passaggi di vita, che il segreto di tutto è avere più amore di sé e meno autostima. L’umiltà, poi, è un pass straordinario per la conoscenza reale di quello che si è e di quello che si è in mezzo al mondo. Riconoscere in piena consapevolezza e coraggio i lati positivi e i lati negativi di ognuno di noi, è un messaggio chiaro che diamo, a noi stessi e agli altri, di distinzione tra amore di sé e autostima, tra una cosa meravigliosa che ci fa amare anche gli altri e un autostima, nella maggiorparte delle volte indiscriminata, che diventa amaramente discutibile. Soprattutto quando induce, senza ombra di nessun dubbio, a pensieri e azioni avventati e dannosi. Dire autostima, a volte, equivale a sfiorare il passaggio ad eccezioni fastidiose come l’egoismo e l’egocentrismo che ovviamente sono tutt’altra cosa. L’autostima, mal funzionante, in ogni caso, è un danno pericoloso per l’uomo ancora acerbo di anima ed è una pericolosa menzogna. In tanti uomini dotati di grande autostima, si sviluppa il conseguente necessario tentativo di proteggere e conservare la stima in qualsiasi momento e a qualunque costo. Se c’è qualcosa che minaccia la loro autostima, se esistono prove attorno alle loro imperfezioni o qualcosa che li possa far sentire a disagio con se stessi, invece di utilizzare queste sensazioni per correggersi in qualche modo, cercheranno di nasconderle ed eliminarle con qualsiasi mezzo e forza, fino a diventare persino malvagi. C’è una differenza nell’insistere nel considerarci importanti (amore di sé) e l’insistere nel sentirsi sempre a proprio agio con se stessi e in mezzo agli altri (protezione dell’autostima).

E’ fondamentale ragionare su questa distinzione per giungere alla conoscenza di noi stessi. L’unica possibilità regalataci dall’Universo per procedere sulla scala della consapevolezza finale è il dono della libertà da usare in un contesto di amore. A partire dal voler bene a se stessi in maniera delicata e senza scopi, se non quello di aver cura del nostro valore da donare non solo alla nostra crescita nel cammino dei tempi, ma anche alla necessità di penetrare nelle coscienze di coloro i quali si chiudono e si perdono nel buio del loro orgoglio e della loro esagerata, pericolosissima, arrogante, disarmante sicurezza ed eccessiva stima di sé.

Ecco perché amo le persone umili e pieni di dubbi. Sono le più intense e coraggiose, quelle vere e depositarie del  valore universale unico della verità, quando esisterà, assoluta.

Intensità e coraggio di averne: ecco il segreto dell’amore di sè, in sè (e non “per sè”).