Il Filo Rosso del Destino

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La leggenda del filo rosso è un’antica credenza orientale che racconta come le anime gemelle siano legate da sempre e per sempre da un filo sottilissimo, legato al mignolo della mano sinistra oppure, secondo alcune versioni, alle caviglie. Il filo rosso del destino unisce in maniera indissolubile due persone a dispetto di differenze di età, di ceto sociale, di luogo di nascita o di residenza: è un legame indistruttibile, insomma, più forte di tutti e di tutto.

Il filo rosso in certi casi può essere estremamente lungo e per questo motivo può intrecciarsi, aggrovigliarsi, annodarsi: sono le difficoltà che possono minare un rapporto, renderlo complicato, che possono rischiare di comprometterlo. Due anime che sono destinate a congiungersi, comunque, lo faranno in un modo o nell’altro ed ogni groviglio che sarà sciolto, sarà il superamento di una difficoltà o di un ostacolo frappostosi alla felicità dei due amanti. Il legame diventerà più forte, più vivo, più autentico e durerà per sempre.

Unmei no akai ito, vale a dire la leggenda del filo rosso del destino, è probabilmente la più conosciuta di tutte le leggende giapponesi. In realtà, però, la storia del filo rosso nasce nella vicina Cina, tanto è vero che è ambientata secondo tradizione durante il periodo della dinastia Tang, regnante sul paese dal 618 al 907 d.C. Secondo i racconti, un tale chiamato Wei, rimasto orfano in tenera età, desiderava ardentemente sposarsi e creare una famiglia, ma senza successo. Non riusciva a trovar moglie, nonostante fosse alla continua ricerca dell’anima gemella. Destino volle che un giorno si ritrovò nella città di Song, dove conobbe un tale che si offrì di presentargli la figlia del locale governatore, bella e morigerata, sicuramente un buon partito per lui. Ne avrebbe parlato col padre e gli avrebbe fatto sapere la risposta. I due si diedero appuntamento al mattino seguente, ma Wei non riuscì a dormire per tutta la notte e già all’alba si presentò al luogo dell’incontro.

Qui incontrò un vecchio, che leggeva un libro incomprensibile, scritto in caratteri mai visti prima. “Proviene dall’Aldilà”, rispose il vecchio a Wei che gli chiese incuriosito in quale lingua fosse scritto. “Di solito a quest’ora non c’è nessuno in giro, tranne quelli come me. Noi che veniamo dall’altro mondo e siamo incaricati di occuparci degli uomini, lo facciamo all’alba”. “Di cosa ti occupi?”, chiese un po’ preoccupato il giovane. “Di matrimoni”. E una luce si accese sul volto di Wei. “Da quando sono bambino cerco una compagna, il mio più grande desiderio è quello di metter su famiglia. Cerco la mia compagna da 10 anni, potrebbe essere la figlia del governatore. È lei? Ti prego, dimmelo”. “No, non è lei. Tua moglie attualmente ha solo 3 anni, quando ne avrà 17 la sposerai”.

Quindi il vecchio raccontò al giovane cosa conteneva il grande sacco che aveva accanto: “Il filo rosso del destino per legare mariti e mogli. Non si può vedere, ma è questo il modo che consente a due persone di essere legati per sempre. Tagliarlo è impossibile”. Alle domande insistenti del giovane, il vecchio poi rispose: “La tua sposa è la figlia della vecchia Chen, che ha un banco al mercato”. In effetti Chen, molto anziana e cieca da un occhio, sedeva presso il suo banchetto con una bimba aggrappata al collo. “Porterà onori e ricchezze alla tua famiglia”, aggiunse il vecchio che poi si dileguò.

Wei, deluso, non credeva che quella piccola bimba, sporca e malridotta, avrebbe potuto essere una moglie degna di lui. Chiamò il suo servo e gli ordinò di uccidere la piccolina, in cambio di 100 monete di rame. Il servitore adempì al compito, ma non riuscì a colpire la bimba al cuore perché si voltò di scatto. La ferì tra gli occhi, ma credette comunque di averla uccisa.

Negli anni seguenti Wei continuò a cercar moglie senza successo. Si dimenticò di quella vecchia storia fin quando non strinse rapporti con il governatore di Shiangzhou, che gli offrì in sposa la sua figlia 17enne. Erano passati 14 anni dall’incontro col vecchio. La ragazza, bellissima ed assai devota, portava sempre sulla fronte una piccola pezza da cui non si separava mai. Wei un giorno le chiese perché: “Non sono la figlia del governatore, ma sua nipote”, confidò la giovane moglie in lacrime.

“Mio padre era governatore a Song, morì insieme a mia madre e a mio fratello quando avevo tre anni. Fui cresciuta dalla mia governante, si chiamava Chen, ed un giorno un pazzo tentò di uccidermi al mercato, provocandomi questa cicatrice. Qualche anno dopo mio zio mi prese con sé”. Wei di colpo capì che il vecchio aveva ragione e che la leggenda del filo rosso era autentica. Commosso e pentito, confessò alla moglie che era stato lui a ordinare di ucciderla e le raccontò tutta la storia. I due si amarono per sempre e diedero al mondo un figlio che li riempì di soddisfazioni.

Namastè ©

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Namaste, namastè, namastèe o namaskar è un antico saluto indiano che viene usato molto spesso anche in altre zone dell’asia e non solo.
Nella cultura indiana, questo gesto è considerato un mudra (anjali mudra), un gesto simbolico delle mani che spesso viene utilizzato nella pratica dello yoga.
Secondo gli yogi infatti, il fatto di posizionare o muovere le mani in certo modo, influenza tutto il corpo.
Namaste, conosciutissimo anche come namaskar, viene di solito pronunciato mentre si portano le mani giunte al petto e può essere usato come saluto, sia quando ci si incontra che quando ci si lascia.

“Namas” = che significa prostrarsi, inchinarsi, salutare;
“Te” = che invece significa “a te”;
Quindi unendo i due termini arriviamo al significato completo di questa parola: io saluto te, io mi inchino a te, io mi prostro a te.

A questa parola è però associata una valenza spirituale, per cui può essere tradotta in modo più completo con: “mi inchino alle qualità divine che sono in te”.
In sostanza, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità che c’è in ognuno di noi.

Chi pronuncia questo saluto con la l’accento finale, chi senza accento e chi, come gli americani, creano una loro pronuncia di questa parola, come se l’avessero inventata loro.
La versione più diffusa però è sicuramente quella con l’accento sull’ultima vocale.

Anche se la traduzione dal sanscrito è semplicemente “io mi inchino a te” questa parola ha molti altri significati più profondi.
Secondo gli indiani, al centro del cuore giace l’anima e, mettendo le mani giunte sul petto mentre si dice Namaste, si saluta la presenza divina che si trova in ognuno di noi.

Ma non è l’unica interpretazione, ce ne sono numerose altre che sono molto simili:
-Unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale divino che è in te;
-La scintilla divina che è in me saluta la scintilla divina che è in te;
-Lo spirito che è in me riconosce lo spirito che è in te;
-Il divino in me onora il divino che è in te;
-La luce che è in me saluta la luce che è in te;
-L’umiltà che è in me saluta l’umiltà che è in te;
-Il dio in me saluta e incontra il dio che è in te;

Lo yoga ci ricorda che siamo tutti uniti. Ognuno di noi è diverso dall’altro, ma siamo uniti come essere umani, con la natura e, in questo caso, uniti nel cammino dello yoga.

Quando un insegnante saluta i suoi studenti con Namaste si sta inchinando e ringraziando il divino che è in loro che li ha uniti per condividere il percorso dello yoga. E tu, semplicemente rispondendo, contraccambi questo fantastico gesto di gratitudine.

La parola Namaste è solitamente accompagnata da un gesto delle mani.
Per eseguirlo correttamente unisci i palmi di fronte al cuore, come se stessi pregando, ed pollici toccano lo sterno. La testa si piega leggermente in avanti e gli occhi si chiudono.
Il gesto delle mani giunte è chiamato “anjali” ( dalla radice anj che significa celebrare, onorare), rappresenta l’unione dello spirito e della materia: la mano destra (la natura divina) e quella sinistra (la natura terrena).
Secondo lo yoga, unire i palmi è un mudra (anjali mudra) che serve per attivare il chakra del cuore (Anahata) e inclinare la testa serve per invece per immergersi nell’azione stessa.
Quando si usa anjali mudra con namaste, si pensa che ci sia uno scambio di energia tra le due persone. Se invece vuoi mostrare profondo rispetto nei confronti di chi è davanti a te, puoi fare lo stesso gesto a mani giunte davanti al terzo occhio (tra le sopracciglia), anziché davanti al cuore.

Nella pratica yogica si usa spesso questo gesto delle mani in due sequenze conosciutissime, per iniziare e terminare l’esercizio:
-Il saluto al sole (Surya Namaskara);
-Il saluto alla luna (Chandra Namaskara);

Nessuno però conosce come è nata questa parola.
L’unica cosa che sappiamo, grazie ad alcune raffigurazioni, è che era già presente in India circa 3000 anni fa.
Negli anni questa semplice parola è stata usata per vari scopi.
In alcuni casi come segno di completa sottomissione verso un altra persona;
In altri casi come rispetto per una persona più anziana;
Nella cultura buddista invece è usata come segno di rispetto verso chi è di fronte;

L’uso ed il significato di Namaste possono variare leggermente a seconda di dove ti trovi e di chi stai salutando.
-In India per esempio è usato per salutare qualunque persona. In Nepal invece, si usa la variazione Namaskar, per salutare principalmente gli anziani.
-Nella cultura induista è un gesto religioso che si usa quando si entra in un tempio per ringraziare le divinità.
-In occidente invece, si usa esclusivamente in centri dove si fa yoga e meditazione, dove è considerato un mantra, cioè la combinazione di sillabe sacre che formano un nucleo di energia spirituale e che funziona un po’ come un magnete per attrarre, o meglio come una lente per concentrare le energie spirituali.

Namaste viene comunemente rappresentato con lo stesso simbolo del mantra Om.
Se fai yoga, sicuramente hai già visto questo simbolo che può essere semplificato come una sorta di 3, un gancio che esce dalla parte posteriore ed un puntino con un curva nella parte superiore.

Ogni parte di questo simbolo ha un significato:
-La parte inferiore del 3 simboleggia lo stato di veglia, cioè quello in cui ci troviamo durante la vita quotidiana;
-La parte superiore del 3 è lo stato di sonno profondo;
-Il gancio nella parte posteriore significa lo stato di sogno, cioè i nostri sogni e le nostre speranze;
-La curva sotto la puntino si riferisce allo stato di illusione, chiamato Maya. Questo stato separa il punto dalle tre curve ed è come se fosse un ostacolo che ci impedisce di raggiungere lo stato ideale.
-Il puntino in alto invece rappresenta lo stato ideale, chiamato Nirvana, cioè la meta di ogni pratica spirituale.

Non si può rimanere impassibili e non essere toccati da persone completamente sconosciute che ti salutano dicendo namaste e inchinando la testa verso di te.
Solitamente sono persone molto povere che non hanno niente ma che allo stesso tempo hanno un umiltà che ti entra dentro, che ti salutano con un sorriso e che dicendo namaste salutano il divino che è in te.

Namastè.

Causalità ©

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Ogni cosa nell’universo avviene per un preciso motivo. Nella nostra dimensione, sono soprattutto gli incontri e le condivisioni che sembrano casuali, quelli che sono invece causa di un progetto ben più importante di una semplice coincidenza. Le anime affini e che sono unite, nell’eterno e dall’eterno, dalle stesse scintille di energia originaria, si ritrovano e si riuniscono per poi disperdersi ancora nel caos comprensibile solo a chi sa. Niente se ne va se non dopo averci trasmesso ciò che è il destino compiuto deve insegnare vicendevolmente. La natura umana e gli schemi sociali non sono in grado di mantenere unione di analogie. Né, se queste analogie sussurrano meraviglia, esse riescono ad accogliere responsabilità ed equilibri oltre i propri blocchi esperenziali. Si è incatenati in maniera rassicurante alla propria esistenza e alla costruzione faticosa della vita come ad un ancora. L’ancora tiene ferma e sicura la nave nel porto, ma sarà sempre celata senza respirare sotto la superficie dell’acqua, inchiodando sul fondo sogni e speranze. L’universo nel giro dei tempi, lavora con amore nel verso compiuto e incomprensibile ai più, resettando ogni memoria nei ricordi. Se tu saprai ricordarmi, mi riconoscerai sempre vicino a te. Io non dimentico, come trauma e dono, e lo farò in ogni caso.

Il tempo ©

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Ho bisogno dei tuoi occhi per raccontare ancora le mie favole. Le favole vivono accarezzando la sensibilità di chi ancora crede ai sogni. La sensibilità è la più alta delle intelligenze. E’ inutile raccontarle a chi ne è privo. Il cuore ha dentro di sé la possibilità di guarire da tutto, è l’unico che può convincere la mente a lasciarsi andare in nome suo, è il solo che ci accompagna ad ascoltare il silenzio, mai deserto o vuoto, ma memoria sempre abitata da affetti e da amori di ogni tempo. E, mentre rimandiamo tutto, in nome della ragione, è il tempo che passa inesorabile portandosi con sé la vita su questa terra. Io ho visto passare il tempo in un silenzio assordante, lasciandomi impotente, il più delle volte, ai suoi rintocchi. E’ stato breve nello scorrere nei momenti belli e troppo lento ad andare via dentro i tanti vuoti pieni di lacrime asciutte. L’ho preso in prestito troppo spesso per dedicarlo a falsi miti e deboli amori, l’ho visto sgusciare via dentro una coltre di illusioni e di congetture, di forza e di fantasia, di struggente malinconia, impotenza e immobilità. Poi ho cominciato ad amare i suoi silenzi alle mie domande, ho provato a stringerlo a me, per non sprecarlo e rischiarlo invano. L’ho amato tutte le volte che, fermo dinnanzi a me, mi invitava a rialzarmi da terra, per fargli spazio nel suo cammino e nel mio. Mi ha regalato il privilegio di stare bene da solo, anche stando in mezzo a mille, mi ha donato il significato di scegliere con chi trascorrerlo. Mi ha insegnato, ancora di più, a scegliere in fretta e ad amare le scelte, sinonimo di libertà; mi ha fatto comprendere che si sceglie per proseguire, non per essere compresi o giudicati. Mi ha reso certo di una destino universale: chi ha un cuore grande, ha un’anima meravigliosa nel cammino verso la propria compiutezza. Mi ha fatto consapevole che la polvere d’oro, anche se preziosissima, quando arriva negli occhi, ostruisce la visione e brucia gli occhi. E che non esiste sasso o pietra, ostacolo o impedimento, dolore o pericolo, che non serva nel cammino della sofferenza verso la propria crescita spirituale. Tutti hanno conoscenza dell’amore e delle sue sfumature, ma parecchi hanno tanta povertà nel saperlo donare che hanno procurato tanto dolore ed assenza: mi sono sempre affidato al senso e al significato di ogni cosa o persona e a tradurre parole vuote in qualcosa di universale. Viviamo in funzione dell’avere, comprandolo, non ricordiamo che quello che conta davvero è gratuito: l’amore, l’amicizia, il rispetto, l’educazione e la voglia di serenità. Cerchiamo di pensare di essere liberi, ma siamo schiavi dei condizionamenti, dei pregiudizi, dei compromessi, della società e di tutte le sue regole, a volte instabili e impietose. Le persone belle, quelle profonde e di spessore, l’ho incontrate spesso nella strada, quella dei barboni e dei clochard, quella dei senzatetto e dei poveri in canna, quella degli umili e dei diseredati dalla vita, quelli che avrebbero mille motivi per odiarla, la vita, e che invece ancora la amano come solo chi soffre veramente sa fare, e per di più insegnano ad amarla. Ho imparato ad amare la malattia, odiandola, ho imparato ad accettare la sofferenza, perché depositaria dei più alti valori umani ed eterni. So per certo che solo chi ha sofferto tanto e chi ama davvero, sa ascoltare, non ti chiede mai come stai, ma sta con te, al tuo fianco, dividendo gioie e dolori, sta in silenzio non perché non ha dire, ma solo perché parla solo con chi è in grado di capire. Ecco perché ho bisogno ancora dei tuoi occhi increduli. Gli unici che riescono ancora a raccontare le mie favole, il più delle volte, in silenzio.