Alzati e corri ©

“Cadere. Rialzarsi e correre. Sempre. Più forte. Sempre più forte. Ti sei fatto male? Non gliene fotte a nessuno. Nemmeno a me. Alzati e corri. Veloce. Sanguinante. Dolorante. Alzati e ricomincia a correre. Perchè lo devi fare? Cos’è che ti spinge? Il tuo sogno. Il tuo sogno .. coglioncino..!”.
Mister Gallusi, bandiera della Reggina. Lo guardavo come si guarda Dio. Lo ascoltavo come il Vangelo. Per me il vangelo lo aveva scritto il mister, ma non ne ho mai voluto azzeccarne nessuna per lui. Così come per Dio. Ribelle e arrogante, ma continuavano a volermi bene imperterriti entrambi, anche se allora, in quei giovanissimi anni, non mi sembrava proprio. Anzi. Dentro di me ne parlavo sempre male e li accomunavo nei loro fastidiosi moniti. Dio in cielo, Gallusi in terra. Adesso, ho capito perchè mi volevano bene. Nonostante.
“Mettici la testa, nel pallone. Ma gioca con il cuore, corri con il cuore, cadi e rialzati con il cuore, coglioncino…”
Coglioncino. Ce l’avevo con lui anche per questo. Mi chiamava coglioncino. Non sempre…quando non passavo la palla, ad esempio. Quando mi ritiravo tardi anche. Oppure quando fumavo come un coglioncino.. da piccolo. O anche quando non obbedivo ai richiami tattici sul campo.
Coglioncino. Come a sminuirmi. A ricordarmi che non basta saper giocare, o avere personalità per essere un campione. Nel calcio come nella vita. Come ad ammonirmi che dovevo crescere in fretta.
E poi sono cresciuto…in fretta. E il calcio non mi ha salvato. Gallusi non ha avuto più senso. Mio padre nemmeno. Dio si faceva i fatti suoi.

“Ricordati il mio nome. Ti ho voluto sempre bene..”. Ma lo sapevo già io, papà. E io sono come te. Conosco la bellezza e la potenza dell’amore, ma non riesco mai a dimostrarlo. Visto che sembra non ritornarmi mai. Come te. Come pensavi tu di me. Ma io ero come te. Tanto per tutti. Tutto per poco. Senza pretese. Senza ritorno. Senza essere compresi. E nemmeno tu da me. Come io da loro.

“Mi ci vedo in una palafitta sul mare lontano. Pane, Pesce fresco e niente più. Tranne io e te. E un girotondo di bimbi nostri…” Ed era la tua malattia. Stupida, bellissima, contaminata da un male sottile, subdolo, che non potevo comprendere. Io, te e niente più. Ci ha uccisi. Entrambi. E non sei stata tu.

“Ehi cortomaltese, se non giochi più tu, non gioco più nemmeno io. Quindi pensaci bene, a rovinare la mia carriera…!”
Sornione, forte, amabile, presente, abbraccioso. Un fratello. Di più. E i fratelli non si dimenticano mai. Ero il tuo pupillo, il tuo protetto, il tuo fratellino più piccolo. Nessuno era come te. Nemmeno Dio, le cui motivazioni non le capirò mai, anche se le vado cianciando da una vita, come quel giorno. Il gagliardetto d’oro è ritornato a me. Te lo restituirò fratello, te lo restituirò.

“Il perdono non è un acquisto, è un dono. E io, lo sai, non voglio regali, nemmeno per il mio compleanno. Li avrei voluti solo da te. E ora scusami, ho da fare.” Dura, vera, terribile, diretta, spietata, con un cuore grande come nessuno. La riconosco, è mia figlia. Scostante, ruvida, spigolosa. Come sarei diventato io. E come ogni tanto lo sono.

“Non lo faccio apposta, è proprio così che mi sento. Io faccio quello che sento. E te lo dico. Non ti voglio perdere, lo sai quanto sei importante per me, ma non sono più come prima, come vuoi tu. E la colpa non è solo mia….”.
Parole sensate, vere, sincere, da donna forte e importante quale sei tu. Non è vero quello che sembra, è vero quello che è. E c’è differenza fra realtà e fantasia. C’è differenza fra ragione e sogno. E’ stupido seguire le chimere. Tu sei una donna splendida, adorabile e con le palle, di grandi sentimenti e fortemente razionale. Io sono un uomo che dorme sulle stelle. Canta alla luna e parla al sole. E, se anche ci provo da una vita, non ho dato mai certezze a nessuno. Adesso serve un altro passo. Forse il più importante per amore tuo. Per aprire la gabbia. E amare il ricordo.

“Il Viaggio non è la meta, è il racconto intimo del percorso. E tutto quello che hai imparato. Ricordati sempre che tra il bene e il male, è sempre il bene a prevalere e che quindi sai da che parte ti conviene sempre stare, anche se soffrirai. Tanto. E ora narriamo assieme le preghiere…”. Emilio, la fede, la forza. Lo stimolo. La pace. Non un padre spirituale, un amico. Una gioia.

“Perchè devo soffrire così. A cosa serve pensare alla povera gente più sfortunata che muore sotto i dolori, se io sotto i dolori ci vivo da 30 anni e non muoio. Si potesse usare le mani per estirpare il dolore…! E invece io so cosa ci vuole, ma non sono Dio, nè tantomeno son capace di seguire il suo esempio. E combatto, ormai sempre di più, per non sbattere mai tutta la testa contro il muro.
E quanto diventa tutto bello e possibile, quando sto bene. Quando capisco che quello che di più bello abbiamo.è quello che ci sembra normale, fino a quando non ce lo abbiamo più. Come il respiro, che impariamo da piccoli e lo dimentichiamo fin da subito, per poi alla fine comprendere quanto sia vitale e meraviglioso.
Senza di te.