Namastè ©

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Namaste, namastè, namastèe o namaskar è un antico saluto indiano che viene usato molto spesso anche in altre zone dell’asia e non solo.
Nella cultura indiana, questo gesto è considerato un mudra (anjali mudra), un gesto simbolico delle mani che spesso viene utilizzato nella pratica dello yoga.
Secondo gli yogi infatti, il fatto di posizionare o muovere le mani in certo modo, influenza tutto il corpo.
Namaste, conosciutissimo anche come namaskar, viene di solito pronunciato mentre si portano le mani giunte al petto e può essere usato come saluto, sia quando ci si incontra che quando ci si lascia.

“Namas” = che significa prostrarsi, inchinarsi, salutare;
“Te” = che invece significa “a te”;
Quindi unendo i due termini arriviamo al significato completo di questa parola: io saluto te, io mi inchino a te, io mi prostro a te.

A questa parola è però associata una valenza spirituale, per cui può essere tradotta in modo più completo con: “mi inchino alle qualità divine che sono in te”.
In sostanza, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità che c’è in ognuno di noi.

Chi pronuncia questo saluto con la l’accento finale, chi senza accento e chi, come gli americani, creano una loro pronuncia di questa parola, come se l’avessero inventata loro.
La versione più diffusa però è sicuramente quella con l’accento sull’ultima vocale.

Anche se la traduzione dal sanscrito è semplicemente “io mi inchino a te” questa parola ha molti altri significati più profondi.
Secondo gli indiani, al centro del cuore giace l’anima e, mettendo le mani giunte sul petto mentre si dice Namaste, si saluta la presenza divina che si trova in ognuno di noi.

Ma non è l’unica interpretazione, ce ne sono numerose altre che sono molto simili:
-Unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale divino che è in te;
-La scintilla divina che è in me saluta la scintilla divina che è in te;
-Lo spirito che è in me riconosce lo spirito che è in te;
-Il divino in me onora il divino che è in te;
-La luce che è in me saluta la luce che è in te;
-L’umiltà che è in me saluta l’umiltà che è in te;
-Il dio in me saluta e incontra il dio che è in te;

Lo yoga ci ricorda che siamo tutti uniti. Ognuno di noi è diverso dall’altro, ma siamo uniti come essere umani, con la natura e, in questo caso, uniti nel cammino dello yoga.

Quando un insegnante saluta i suoi studenti con Namaste si sta inchinando e ringraziando il divino che è in loro che li ha uniti per condividere il percorso dello yoga. E tu, semplicemente rispondendo, contraccambi questo fantastico gesto di gratitudine.

La parola Namaste è solitamente accompagnata da un gesto delle mani.
Per eseguirlo correttamente unisci i palmi di fronte al cuore, come se stessi pregando, ed pollici toccano lo sterno. La testa si piega leggermente in avanti e gli occhi si chiudono.
Il gesto delle mani giunte è chiamato “anjali” ( dalla radice anj che significa celebrare, onorare), rappresenta l’unione dello spirito e della materia: la mano destra (la natura divina) e quella sinistra (la natura terrena).
Secondo lo yoga, unire i palmi è un mudra (anjali mudra) che serve per attivare il chakra del cuore (Anahata) e inclinare la testa serve per invece per immergersi nell’azione stessa.
Quando si usa anjali mudra con namaste, si pensa che ci sia uno scambio di energia tra le due persone. Se invece vuoi mostrare profondo rispetto nei confronti di chi è davanti a te, puoi fare lo stesso gesto a mani giunte davanti al terzo occhio (tra le sopracciglia), anziché davanti al cuore.

Nella pratica yogica si usa spesso questo gesto delle mani in due sequenze conosciutissime, per iniziare e terminare l’esercizio:
-Il saluto al sole (Surya Namaskara);
-Il saluto alla luna (Chandra Namaskara);

Nessuno però conosce come è nata questa parola.
L’unica cosa che sappiamo, grazie ad alcune raffigurazioni, è che era già presente in India circa 3000 anni fa.
Negli anni questa semplice parola è stata usata per vari scopi.
In alcuni casi come segno di completa sottomissione verso un altra persona;
In altri casi come rispetto per una persona più anziana;
Nella cultura buddista invece è usata come segno di rispetto verso chi è di fronte;

L’uso ed il significato di Namaste possono variare leggermente a seconda di dove ti trovi e di chi stai salutando.
-In India per esempio è usato per salutare qualunque persona. In Nepal invece, si usa la variazione Namaskar, per salutare principalmente gli anziani.
-Nella cultura induista è un gesto religioso che si usa quando si entra in un tempio per ringraziare le divinità.
-In occidente invece, si usa esclusivamente in centri dove si fa yoga e meditazione, dove è considerato un mantra, cioè la combinazione di sillabe sacre che formano un nucleo di energia spirituale e che funziona un po’ come un magnete per attrarre, o meglio come una lente per concentrare le energie spirituali.

Namaste viene comunemente rappresentato con lo stesso simbolo del mantra Om.
Se fai yoga, sicuramente hai già visto questo simbolo che può essere semplificato come una sorta di 3, un gancio che esce dalla parte posteriore ed un puntino con un curva nella parte superiore.

Ogni parte di questo simbolo ha un significato:
-La parte inferiore del 3 simboleggia lo stato di veglia, cioè quello in cui ci troviamo durante la vita quotidiana;
-La parte superiore del 3 è lo stato di sonno profondo;
-Il gancio nella parte posteriore significa lo stato di sogno, cioè i nostri sogni e le nostre speranze;
-La curva sotto la puntino si riferisce allo stato di illusione, chiamato Maya. Questo stato separa il punto dalle tre curve ed è come se fosse un ostacolo che ci impedisce di raggiungere lo stato ideale.
-Il puntino in alto invece rappresenta lo stato ideale, chiamato Nirvana, cioè la meta di ogni pratica spirituale.

Non si può rimanere impassibili e non essere toccati da persone completamente sconosciute che ti salutano dicendo namaste e inchinando la testa verso di te.
Solitamente sono persone molto povere che non hanno niente ma che allo stesso tempo hanno un umiltà che ti entra dentro, che ti salutano con un sorriso e che dicendo namaste salutano il divino che è in te.

Namastè.

Causalità ©

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Ogni cosa nell’universo avviene per un preciso motivo. Nella nostra dimensione, sono soprattutto gli incontri e le condivisioni che sembrano casuali, quelli che sono invece causa di un progetto ben più importante di una semplice coincidenza. Le anime affini e che sono unite, nell’eterno e dall’eterno, dalle stesse scintille di energia originaria, si ritrovano e si riuniscono per poi disperdersi ancora nel caos comprensibile solo a chi sa. Niente se ne va se non dopo averci trasmesso ciò che è il destino compiuto deve insegnare vicendevolmente. La natura umana e gli schemi sociali non sono in grado di mantenere unione di analogie. Né, se queste analogie sussurrano meraviglia, esse riescono ad accogliere responsabilità ed equilibri oltre i propri blocchi esperenziali. Si è incatenati in maniera rassicurante alla propria esistenza e alla costruzione faticosa della vita come ad un ancora. L’ancora tiene ferma e sicura la nave nel porto, ma sarà sempre celata senza respirare sotto la superficie dell’acqua, inchiodando sul fondo sogni e speranze. L’universo nel giro dei tempi, lavora con amore nel verso compiuto e incomprensibile ai più, resettando ogni memoria nei ricordi. Se tu saprai ricordarmi, mi riconoscerai sempre vicino a te. Io non dimentico, come trauma e dono, e lo farò in ogni caso.

Il tempo ©

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Ho bisogno dei tuoi occhi per raccontare ancora le mie favole. Le favole vivono accarezzando la sensibilità di chi ancora crede ai sogni. La sensibilità è la più alta delle intelligenze. E’ inutile raccontarle a chi ne è privo. Il cuore ha dentro di sé la possibilità di guarire da tutto, è l’unico che può convincere la mente a lasciarsi andare in nome suo, è il solo che ci accompagna ad ascoltare il silenzio, mai deserto o vuoto, ma memoria sempre abitata da affetti e da amori di ogni tempo. E, mentre rimandiamo tutto, in nome della ragione, è il tempo che passa inesorabile portandosi con sé la vita su questa terra. Io ho visto passare il tempo in un silenzio assordante, lasciandomi impotente, il più delle volte, ai suoi rintocchi. E’ stato breve nello scorrere nei momenti belli e troppo lento ad andare via dentro i tanti vuoti pieni di lacrime asciutte. L’ho preso in prestito troppo spesso per dedicarlo a falsi miti e deboli amori, l’ho visto sgusciare via dentro una coltre di illusioni e di congetture, di forza e di fantasia, di struggente malinconia, impotenza e immobilità. Poi ho cominciato ad amare i suoi silenzi alle mie domande, ho provato a stringerlo a me, per non sprecarlo e rischiarlo invano. L’ho amato tutte le volte che, fermo dinnanzi a me, mi invitava a rialzarmi da terra, per fargli spazio nel suo cammino e nel mio. Mi ha regalato il privilegio di stare bene da solo, anche stando in mezzo a mille, mi ha donato il significato di scegliere con chi trascorrerlo. Mi ha insegnato, ancora di più, a scegliere in fretta e ad amare le scelte, sinonimo di libertà; mi ha fatto comprendere che si sceglie per proseguire, non per essere compresi o giudicati. Mi ha reso certo di una destino universale: chi ha un cuore grande, ha un’anima meravigliosa nel cammino verso la propria compiutezza. Mi ha fatto consapevole che la polvere d’oro, anche se preziosissima, quando arriva negli occhi, ostruisce la visione e brucia gli occhi. E che non esiste sasso o pietra, ostacolo o impedimento, dolore o pericolo, che non serva nel cammino della sofferenza verso la propria crescita spirituale. Tutti hanno conoscenza dell’amore e delle sue sfumature, ma parecchi hanno tanta povertà nel saperlo donare che hanno procurato tanto dolore ed assenza: mi sono sempre affidato al senso e al significato di ogni cosa o persona e a tradurre parole vuote in qualcosa di universale. Viviamo in funzione dell’avere, comprandolo, non ricordiamo che quello che conta davvero è gratuito: l’amore, l’amicizia, il rispetto, l’educazione e la voglia di serenità. Cerchiamo di pensare di essere liberi, ma siamo schiavi dei condizionamenti, dei pregiudizi, dei compromessi, della società e di tutte le sue regole, a volte instabili e impietose. Le persone belle, quelle profonde e di spessore, l’ho incontrate spesso nella strada, quella dei barboni e dei clochard, quella dei senzatetto e dei poveri in canna, quella degli umili e dei diseredati dalla vita, quelli che avrebbero mille motivi per odiarla, la vita, e che invece ancora la amano come solo chi soffre veramente sa fare, e per di più insegnano ad amarla. Ho imparato ad amare la malattia, odiandola, ho imparato ad accettare la sofferenza, perché depositaria dei più alti valori umani ed eterni. So per certo che solo chi ha sofferto tanto e chi ama davvero, sa ascoltare, non ti chiede mai come stai, ma sta con te, al tuo fianco, dividendo gioie e dolori, sta in silenzio non perché non ha dire, ma solo perché parla solo con chi è in grado di capire. Ecco perché ho bisogno ancora dei tuoi occhi increduli. Gli unici che riescono ancora a raccontare le mie favole, il più delle volte, in silenzio.

I poveri in spirito ©

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«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3)

Dobbiamo essere sempre preparati alle sorprese del tempo, quando per sorprese si identificano tutti gli attimi della vita che ci trovano impreparati a quello che è fuori dall’ordinario.

Ogni sorpresa ci trova confusi, meravigliati e positivi per un verso o sconvolti e negativi per un altro. Ma il dubbio, l’incertezza del nostro cammino non è un motivo di debolezza, anzi al contrario è proprio un segno di profondità d’animo e di consapevolezza, di crescita e di continua ricerca.

Beati i poveri in spirito. A livello intellettuale mi piace immaginare che Gesù intendesse i “confusi”. Poveri in spirito perché immersi in quello stadio dello spirito che tanto rischia di fare male, ma che è propedeutico e funzionale a tutte le coscienze più nobili e più alte. La confusione, il dubbio, l’incertezza conducono alla continua ricerca della chiarezza, la quale porta con sé una grande quantità di potenziale conoscenza.

Sicuramente la confusione di pensiero e di anima comporta un certo disagio e una attiva sofferenza a causa di essa. Ma ho imparato con gli errori a comprendere che si tratta invece di una benedizione: quando viviamo di questi frequenti momenti, abbiamo la sensazione di essere indecisi e poco pronti in spirito. Ma in quel preciso momento, quando tutto sembra difficile, siamo nel percorso di consapevolezza e della ricerca. Pe sappiamo inconsciamente che esistono cose nello spirito e in natura ben migliori. E senza accorgerci siamo proiettati oltre dagli stessi nostri dubbi.

L’umiltà del dubbio è quanto di più profondo possa avere a disposizione un uomo per aprirsi all’incanto del più nobile esistenzialismo. Cosa dire se ci fermiamo un attimo a riflettere di quanto male al mondo è commesso da gente perfettamente certa di sapere quel che fa? Non è certo commesso da quelli che si considerano confusi e in preda a perenni dubbi. Non è commesso dai poveri di spirito. Beh, sono convinto che Gesù voleva dire proprio questo. Grande Gesú, quanti dolori in nome di tutti, ci ha insegnato. Quanta umiltà potente e quanta povertà di spirito, ma non in spirito.

La migliore strada verso la consapevolezza superiore consiste nel mettere tutto in discussione. Cercare senza sosta, in mezzo a tante verità parziali e pseudo-certe, tanti pezzi di simil-verità autentica che poi la nostra anima assemblerà. E il presupposto vitale che la verità non è mai una sola, costituisce passaggi continui in mezzo a tante certezze vere o presunte. Certo, nessuno è stato mai in grado di completare il puzzle, ma più pezzi di incertezza esistono, più il quadro complessivo si apre verso una visione più universale.

Le nostre vite sono immerse nel mistero e pensiamo di non sapere dove stiamo andando, brancoliamo nel buio delle nostre coscienze. In qualche modo, però, sembra che siamo protetti da energie emozionali superiori, che fanno parte del concetto d’infinito. Ma come, nel nome di Dio archetipo, questa protezione funzioni, non lo sappiamo, ma ognuno di noi sa, senza saperlo ancora, che in qualche modo questa protezione esista e che sia più reale e tangibile di quanto noi possiamo ancora solo immaginare.

Io personalmente sono convinto che esistano quelli che sono “agenti speciali “ attorno a noi e che ci proteggono, nella misura consentita dalla correlazione che hanno con il concetto eigino della nostra libertà, mentre arranchiamo e brancoliamo nel buio di questo viaggio solo apparentemente misterioso e per molti senza senso.

Ho compreso tra i dolori e i passaggi di vita, che il segreto di tutto è avere più amore di sé e meno autostima. L’umiltà, poi, è un pass straordinario per la conoscenza reale di quello che si è e di quello che si è in mezzo al mondo. Riconoscere in piena consapevolezza e coraggio i lati positivi e i lati negativi di ognuno di noi, è un messaggio chiaro che diamo, a noi stessi e agli altri, di distinzione tra amore di sé e autostima, tra una cosa meravigliosa che ci fa amare anche gli altri e un autostima, nella maggiorparte delle volte indiscriminata, che diventa amaramente discutibile. Soprattutto quando induce, senza ombra di nessun dubbio, a pensieri e azioni avventati e dannosi. Dire autostima, a volte, equivale a sfiorare il passaggio ad eccezioni fastidiose come l’egoismo e l’egocentrismo che ovviamente sono tutt’altra cosa. L’autostima, mal funzionante, in ogni caso, è un danno pericoloso per l’uomo ancora acerbo di anima ed è una pericolosa menzogna. In tanti uomini dotati di grande autostima, si sviluppa il conseguente necessario tentativo di proteggere e conservare la stima in qualsiasi momento e a qualunque costo. Se c’è qualcosa che minaccia la loro autostima, se esistono prove attorno alle loro imperfezioni o qualcosa che li possa far sentire a disagio con se stessi, invece di utilizzare queste sensazioni per correggersi in qualche modo, cercheranno di nasconderle ed eliminarle con qualsiasi mezzo e forza, fino a diventare persino malvagi. C’è una differenza nell’insistere nel considerarci importanti (amore di sé) e l’insistere nel sentirsi sempre a proprio agio con se stessi e in mezzo agli altri (protezione dell’autostima).

E’ fondamentale ragionare su questa distinzione per giungere alla conoscenza di noi stessi. L’unica possibilità regalataci dall’Universo per procedere sulla scala della consapevolezza finale è il dono della libertà da usare in un contesto di amore. A partire dal voler bene a se stessi in maniera delicata e senza scopi, se non quello di aver cura del nostro valore da donare non solo alla nostra crescita nel cammino dei tempi, ma anche alla necessità di penetrare nelle coscienze di coloro i quali si chiudono e si perdono nel buio del loro orgoglio e della loro esagerata, pericolosissima, arrogante, disarmante sicurezza ed eccessiva stima di sé.

Ecco perché amo le persone umili e pieni di dubbi. Sono le più intense e coraggiose, quelle vere e depositarie del  valore universale unico della verità, quando esisterà, assoluta.

Intensità e coraggio di averne: ecco il segreto dell’amore di sè, in sè (e non “per sè”).

Echi lontani ©

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Siamo diventati echi ormai.
Lontani,
danziamo come due ombre,
nascondiamo i volti freddi,
e scaldiamo le spalle al sole,
fino a non sentirlo piú.
Siamo cime innevate
l’un l’altro vicine,
maestose nel cuore del cielo,
un volo d’aquila distanti
tra le lontane sommità.
Non sembra buia la sera,
ma non profuma piú
il fresco ruscello
che scende felice a valle.
La neve quassú
ha contezza di tutte le stelle,
ma non ha mai saputo del mare.

Le maschere gentili ©

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Non sempre le maschere della vita abbandonano l’uomo ad una mistificata espressione della propria vera individualitá. Non é detto nemmeno che tutte le volte nascondere la vera essenza e celarsi dietro una maschera assuma significati sempre sinistri.
A volte le maschere, tra le persone sensibili, umili, diventano amiche, controllano il più possibile gli scontri della vita e li rendono più fruibili, meno violenti, tengono a debita distanza le frustrazioni da ritorni negativi, allontanano i contrasti, ridistribuiscono buon senso e quieto vivere. Con le maschere buone, mettiamo gli altri a proprio agio, forse per non esasperare, per compiacere la vita, per non irretire la mancanza di complicità forzata, per protezione, magari per desiderio di pace, o forse semplicemente per non avere ancora sviluppato la forza di controbattere l’egoismo, l’arroganza, la superbia, l’ira, il finto perbenismo e la sopraffazione. Sono le maschere gentili, quelle che frenano gli antagonismi, le ribellioni, i litigi. Prima di avere fastidio di una maschera, prima ancora di giudicare troppo frettolosamente, forse bisognerebbe approfondire se tutti quelli che non usano maschere sono veramente utili ai rapporti umani  e non siano solo profittatori senza veli della loro stesso viso aperto fatto di cupidigia ed egoismo, di alterigia e superbia. Sono sempre senza maschera i violentatori dell’ambiente e della gente. Non portare maschere é una responsabilità solo di chi é ponderato e corretto, gentile ed educato, rispettoso e duttile. Altrimenti…. che si mettesse una maschera. Ma non per non essere vero, solamente per non essere un coglione sicuro di sé ed imbecille proprio per questo. Prima di buttare finalmente via tutte le maschere, prima ancora di donarsi tutti alla vita senza barriere e limiti, dovremmo cominciare a tampinare chi non le usa in nome di presunte convenienti pseudo-chiarezze e verità, prima ancora di chi le indossa per proteggere la propria sensibilità, in un mondo ormai vuoto di valori e pieno di prevaricazioni e sopraffazioni. A volte il silenzio é una delle più sensibili e profonde maschere protettive e rispettose, una sorta di desiderio di distanza che separi anni luce da incapacità di dialogo, di confronto, incapacità di mettersi in discussione e accettare verità complesse. Tutte stupide ragioni di immature presunzioni e di assenze ataviche di capacità umane di ascolto, che agitano da sempre il mondo di brutto.

 

Come un cieco ©

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Come un cieco,
so che esiste il sole, sento il suo calore, ma non lo vedo, alzo lo sguardo al cielo, mi brucio, ma non lo vedo. So che esiste la rosa, il fiore più bello, sento il suo profumo dovunque, ma non vedo il suo colore. Provo come un bimbo a coglierla, ma oltre che riporla nel posto piu bello del cuore e dell’anima, non posso fare altro. So che da qualche parte del cielo c’è sempre un attimo per l’arcobaleno, posso solo immaginare la sua bellezza e posso intuire lo scrigno incantato dal quale nasce, ma non posso amare le sfumature di tutti i colori dell’iride, se non quelle che immagino. So anche che il perfetto, l’inconoscibile, il potere magico dell’Universo non si può vedere con gli occhi, ma con il cuore e con l’anima, ma mi manca l’incanto eterno sui sensi che appartengono ai significati, anche solo per un attimo di vita, in quanto tale.

Quando si ha pienezza del perfetto relativo, relativo a noi stessi, tutto il resto diventa frammentario, incompleto. Come se il tutto non possa mai esistere nel suo incompleto insieme. E’ come se a causa del tutto meraviglioso, ogni frammento diventi inoperoso e minimale. Come se il divenire diventi senza senso, senza modo, senza volontà, senza desiderio, senza conoscenza, senza profondo significato. Come se l’illusione di ogni sogno espropri pian piano l’appropriazione di sé e la consapevolezza. Come se riuscire a riconoscere finalmente questa cosa in me stesso, servirà a far scomparire dentro , l’umano e il materiale , e penetrare nel sistema universale del divenire in cui amare non è pretendere niente. Perché quanto meno si pretende una cosa, tanto migliore diviene, agli occhi del cuore e delle stelle. Ma l’attribuzione di questo significato ha bisogno che l’amore esista e che sia come una luce che rimbalzi su montagne innevate e fresche e ritorni con tutta la sua forza e tutto il suo splendore.

Con te, come un cieco felice, che ha nella vita delle piccole grandi cose in cui vivono i sentimenti e la bellezza di essi, la sua sola pienezza universale, così tutto ciò che lui stesso ha mai visto, ma percepito, di perfetto e assoluto, assume le tue sembianze e i colori dei tuoi splendidi universali occhi e del tuo sorriso, tenero sincero e pieno di forza e di significati. E se anche è assurdo e improprio, impossibile e a tratti incredibile, ad un cieco felice non puoi dirgli come è fatta la vita o la realtà. Lui sta bene nella sua felicità e non pretende altro. Nient’altro che una carezza d’amore. Ma è per questo che le carezze dell’amore, non possono essere un semplice passaggio di alito umano: per i due occhi dell’anima, se uno dei due, quello visibile e tangibile, nel cieco non esiste, l’altro occhio deve assumere qualità doppie ed elevate per surrogare la potenza di un amore, del tuo amore.
Uno di questi occhi ha la capacità di guardare nell’eternità e nel perfetto pensato, l’altro di vedere nel tempo e nelle esteriorità delle creature, nella loro perfettibilità e all’interno riconoscervi le differenze , attribuire al corpo la vita e apprezzarlo o meno nel suo modo di manifestarsi e donarsi ad essa. Un occhio per contemplare e uno per maturare questa contemplazione all’interno del vivere. Solo così ogni cosa che appare impossibile e connotata di principi universali e difficili, può trovare applicazione nel vissuto di ogni giorno.
Ciò significa che la più profonda delle verità, in mezzo a tante che esistono non esistendo per questo mai veramente, non può giammai essere ambita finché l’uomo si rivolge con i sensi e la ragione all’esterno e non rientra in se stesso, non impara a conoscere la sua propria vita, l’universalità di essa che lo rende libero e amato, da se stesso e da Dio, a cui appartiene la verità assoluta. Una, unica e sola. In nome dell’amore. Imparare a conoscere veramente se stessi e il proprio significato ricercato e profondo, al di sopra di ogni scienza, di ogni schema, di ogni verità apparente e terrena, è la più alta forma di conoscenza e sapere.

Una volta un inferno, vestito da vita, mi disse che anche il diavolo si muoveva per la sua pace, la sua verità: la dannazione. Una verità certa e assoluta per lui. L’unica esistente. Insieme al suo male subdolo e carezzevole. Il mondo con lui, in quanto plausibile ed esistente, è menzognero e inganna con i suoi doni. Promette molto e mantiene poco. Sulla terra non vive nessuno che abbia mai avuto pace e quiete, senza essere passato da sofferenze, turbamenti e contrarietà, o a cui tutto sia sempre andato secondo il volere del bene. Il bene bisogna ricercarlo sempre, tutte le volte, tutte le benedette maledettissime volte. Perché alal fine della corsa, ci sarà solo lui, esclusivamente lui.
Si muore due volte, a volte. Una volta alla fine dei giorni e un’altra volta quando non ti concedi di rinascere dalle ceneri. Di rifiorire dalle lacrime. Di curare con l’amore le ferite.