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Il tempo va via ©

Il tempo va via
che sembra ieri
invece é passata
una vita danzando.
Musica in silenzio,
voci dentro,
volti sfumati.
Le rughe parlano
le ferite sorridono.
Non mi cerco più,
mi son perduto
tante volte,
che é un dono
ritrovarmi con me.
E poi tu.
Un mondo di colori.
Così tanti
che li ho scoperti
esistenti.
Tra i tuoi occhi.
Riesco a leggerli,
spesso mi riesce.
Ma i tuoi parlano.
Mi raccontano
di una forza.
Incontrastabile.
Riesco anche io
a provare gioia.
Una notte
di allora
mi hai raccontato
della profezia.
Adesso é tempo.
Non per averti
giammai perduto,
ma per averti
ritrovato,
L’amore non
si perde,
gira immenso
e poi ritorna.
Quello che segue
é solo destino.
Sempre uguale.
Se insegui
sarai seguito.
Se perdoni
sarai perdonato.
Forse ti perderó,
o forse ti ho
giá perduto.
Non viverti
è anche un pó
morire.
Come allora.
Anche se tu
non sei lei.
Sei solo amore.

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Universi paralleli ©

Esiste, da qualche parte dell’indefinito, un universo parallelo dove non esiste il dove, il quando, il forse o il perché. Un posto dell’infinito che accoglie solo anime elette assieme. Scelte per decisione dell’eterno e non per caso. In quello spaccato di universo dove non conta il passato e conta poco il futuro. Dove non esiste il tempo e non ha senso lo spazio. Dove c’è un sogno sotto forma di progetto universale che vaga come scintille di luce in attesa di identiche connessioni. Dove io e te vaghiamo nell’immensità, da sempre identici, e per sempre in attesa dello stesso sogno che ci riconnetta assieme. Che connetta nuovamente sensazioni analoghe all’interno del giro universale in cui tutto ritorna e nulla si disperde. In quel soffio di illimitato in cui l’inizio coincide sempre con la fine. E in cui riesci a ricordare di avere già vissuto solo se hai la percezione dell’oltre. In quell’oltre dove esiste il sogno, quello uguale per tutti. Lo stesso sogno che, al di la del pensiero del tempo, del viso, del nome e del già vissuto, ci unisce, ad ogni giro di vita, per mano, liberandoci in un abbraccio per sempre infinito.

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In viaggio ©

Beh…, stasera non va. Prova a rilassarti. Vienitene con me… Ti porto in un bel posto. Ancora più bello diventerà quando arrivi tu. Ma non con quel broncio. Niente e nessuno può mai togliere il tuo sorriso. Dai, coraggio…Principessa. Chiudi gli occhi e lasciati andare. Così….Bene. Siamo pronti….Preparati adesso, io vado a prendere Camilla e ritorno da te….
Per mezzanotte tieniti pronta per uscire. Portati roba da freddo. Ma tu sarai abituata e già bene equipaggiata. In ogni caso porta un materiale che non si faccia oltrepassare dal gelo delle sferzate di vento. Lassù dove andiamo ne arriverà parecchio, non troveremo solo la neve. L’Etna è il Vulcano più alto d’Europa: si parla di qualcosa in più di 3300 metri.
Ma non è proprio del tutto così. Veramente c’è un’altra creatura vulcanica alta quasi come sua Maestà, se non qualcosa in più. Ma la sua altezza si sviluppa sotto la superficie del mare. E’ il Marsili, un vulcano appartenente al mare, in pieno Tirreno, a quasi metà strada tra il Golfo di Napoli e le Isole Eolie, isole dove vive ancora un altro di vulcano, appunto Vulcano. Marsili invece si alza sopra le onde di quasi 500 metri. E’ sotto la superficie del mare, la sua estensione più imponente e solo così raggiunge quasi l’altezza dell’Etna che invece è sviluppato di più in superficie. Gran bella cosa visitare un giorno il Marsili, immagina, immagina questo lembo di terra pronta a ribollire e mai sopita. Ma ci andremo, ci andremo anche lì…e chi ce lo può impedire…?! Così come qualche volta andremo sull’Isola di Vulcano in pieno arcipelago eoliano, a scoprire la magia del Vulcano, severa, imponente sentinella delle stupende Isole del Re Eolo. Il tempo di mettere le catene a Camilla…e arrivo. Gli metterò su anche un telone a coperta, dispiace che prenda freddo. Ma ne prenderemo tanto anche noi.
Camilla è da parecchio che si è spogliata del tetto e dei suppellettili di lamiera in più. Certo lei è più una gitante estiva, ma come ha saputo che venivi anche tu, non ha voluto sentire ragione, si è lavata, si è lucidata, acqua, olio, pasticche dei freni e gomme nuove. Si è messa a tiro così tanto e subito, che quando sono arrivato l’ho scambiata per una macchina d’epoca inglese…di quelle alternative, snob e con la puzza sotto il naso. Beh, quando mi ha visto, si è sparata un gracchio della sua tromba e sono ritornato a riconoscerla come lei, solo lei, orgoglioso di lei. Eccola qui, ordinata, pulita e profumata di nuovo. Beh..sono arrivato da te. Spero solo che non strombazzi per chiamarti. Altrimenti stanotte sveglieremo tutti, e noi non vogliamo.
Sei incantevole, il tempo di pensare di dirtelo e capisco perché mi sento sollevato in aria verso dietro. Camilla, emozionata, ti sta facendo l’inchino e si è inarcata su due ruote. Speriamo non vada giù di botto, altrimenti rischiamo l’asse e i giunti, gli ammortizzatori invece no, visto che non risiedono più con noi da tempo.

Eccola. La mia Principessa. Con quegli occhi da raccontare ai posteri e quel sorriso, simile ad un raggio di sole in piena notte. Una cartolina per tutti gli abitanti del pianeta. E allora…Camilla, andiamo..o no?! Facciamo strada, e non stirare troppo quei tubi che hai per pistoni, altrimenti, non solo non ci arriviamo più, ma dobbiamo tornare persino a piedi. Dobbiamo dire a Camilla che non potrà arrivare lei fino a quota crateri, non ci sono strade percorribili in maniera tradizionale, dovremmo avanzare anche a piedi arrivati ad un certo punto. Non so come la prenderà ad attendere anonimamente in un raduno a mò di parcheggio in mezzo alle altre. Va beh, tu non dirle niente, magari poi ci penseremo.

Autostrada ME-CT. Autostrada…beh, se hai visto almeno una volta le autostrade del Nord, l’imbarazzo diventa pesante, altrimenti, adattandoti, quanto meno, non ci sono macchine che vengono inopinatamente di fronte sulla stessa carreggiata.

Prima tappa, Giardini Naxos, e magari Taormina..? Ma no, … a noi non piace il rumore e nemmeno la confusione, noi siamo alternativi, andiamo più sù, andremo su un cocuzzolo di montagna ricoperto solo esclusivamente da case arroccate su di esso. Castelmola.
Uno spettacolo visto da quaggiù, una cartolina, vista da ancora più su, a dominare il mare. Guarda…un cono di montagna erta verso il cielo e lassù tutte quelle case a nascondere la cima e a parlare con il cielo. Castelmola: un Castello costruito sopra un monte a forma di mola (a forma di molare) attorno al quale vennero costruite abitazioni per i contadini del luogo, che si rifugiarono lassù per evitare la furia dello sbarco dei Turchi che razziavano e uccidevano. Ci arriviamo lassù cucciola, ci arriviamo e ceniamo lì. Ci sono amici che ci attendono e aprono solo per noi. Terrazza ristorante in pietra di sotto e di sopra, e di là la vista sull’Etna. Da un posto all’altro del Paradiso. Meraviglioso. Come meravigliosa in questa notte sei tu, principessa. E anche Camilla, per par condicio, così ci arriviamo sicuri, senza scenate di gelosia…
“Pronto Totò..stiamo arrivando….Apparecchia il tavolo che sai tu, fallo più bello che puoi. Mettici un po’ di serenità e silenzio che solo lassù da te puoi preparare. E poi confeziona uno stuolo di limoni molesi profumatissimi insieme ad un passaggio ad arco di fiori di mandorlo ad attendere la mia Principessa e accompagnarla dall’ingresso alla terrazza…Ti raccomando..il servizio più bello che hai…!”.

Guarda sulla tua sinistra, la vedi lì in fondo a conca sul mare, si chiama IsolaBella, meta turistica estiva di migliaia di bagnanti.
Mare stupendo, cristallino e azzurro cielo, come lo splendore dei tuoi occhi. E qualche metro più in là c’è la famosa rupe di Polifemo, sulla riviera dei Ciclopi, con gli enormi massi che il gigante, accecato, scagliò contro la nave di Ulisse che stava salpando sfuggendogli.
Alla tua destra salendo su per la montagna a ridosso sul mare, c’è Taormina, la famosa terrazza che domina il circostante, ma noi la bypassiamo stanotte tesoro mio, saliamo ancora più, più su, dove il monte finisce con il cielo.
Camilla si inerpica, ho qualche perplessità, ma non si fermerà, non farà questa figura con te. Almeno spero.
Non so … quest’odore di bruciato….. mi fa preoccupare. Sarà che lei quando suda assai, emana calore cenere dal marmittone… Comunque, ancora qualche tornante e ci siamo Principessa. Dai Camilla…
Eccoci qui. Arrivati. “La Taverna dell’Etna” di Totò. Guarda i limoni, lo senti il profumo…? E guarda quanto è bello questo arco tutto di fiori di mandorlo….”Bravo Totò, proprio bello, degno di una Principessa…!” Prego tesoro, siediti di là, di fronte al tuo vulcano. Il forno a legna acceso non ci farà sentire tanto freddo stasera. E poi….una sorpresa. Lo so, lo so che ormai è fuori moda, ma è venuto a trovarci un altro amico nostro. In attesa che arrivi la cena, ti volevo far cantare da lui, con il mandolino, Ciuri Ciuri, una delle più famose canzoni in dialetto siciliano. Placidino ha quasi ottanta anni, ma la sua voce è bellissima. Calda, profonda, familiare. E’ venuto apposta per noi. Da queste parti ormai farlo scomodare è un’impresa diventata ardua. Ma mi vuole così tanto bene da tanto tempo ormai che per lui sarà un piacere conoscerti e onorarti delle sue canzoni. Placidino, dai…attacca ..: ”Ciuri Ciuri, Ciuri di tuttu l’annu, l’amuri ca mi dasti, ti lu tornu…” (Fiori, fiori, fiori di tutto l’anno, l’amore che mi hai dato te lo ritornerò…) è dedicato a te, tesoro mio e a tutto il pensiero sopito d’amore che mi stai risvegliando da un torpore ancestrale e che mi stai regalando. Lo so che sei a dieta particolare. Ma questo è un sogno. Che ce ne frega, mangiamo di tutto, anche quello che non ci piace o che non abbiamo idea di mangiare. Io non so se mangio, però, mi nutro dei tuoi occhi e della tua vista e non mi voglio perdere nemmeno una briciola di te a causa di qualche altro cibo che distrae. Mangio te. E solo te. Niente altro che te. Bene. Ecco il Carpaccio di Polpo. Una specialità di Totò. Uno strato di trancetti di Polipo su un tappeto di carciofi innaffiati di prezzemolo e aromi di mare.
“Totò porta una bottiglia di vino, bianco..!! Totò e che me lo domandi a fare…!” ..”Magari un Colomba Platino, dei vigneti di Agrigento, non sbagliamo … deve essere fragrante, aromatico, speciale e delicato così come il mio amore per una cosa preziosa, più preziosa di quanto immagini, la mia Principessa.

Respira con gioia Amore. Respira. Quassù l’aria non è solo tersa. E’ anche vellutata, magica, ispirata. Quest’aria contiene particelle di sogno. E con esse la possibilità di avverarle. Rilassati, abbandonati alla serenità, se vuoi chiudi gli occhi, ancora più stretti, per qualche istante, fatti trasportare insieme a me su quei campi di margherite e girasoli dove l’anima si può liberare felice. Sfiorami con il tuo respiro il viso e abbracciami cucciola. Abbracciami stretto. Ti porto ancora più su. Ti mostro il posto dove dimorano tutti i significati. E non siamo quassù per caso. Da qui andremo. Tu respira. Respira profondo e non pensare a niente. Passeggia scalza dentro i tormenti, accarezzali e liberali via da te. Respira piano e profondo. Continua. Il respiro, è il terzo elemento della triade universale. Ti ricordi…ti ho parlato dell’Amore, che è una specie di contenitore dentro il quale Dio ci ha regalato il dono più grande, che non è appunto l’Amore, ma la Libertà, il libero arbitrio, la possibilità donataci di conseguire una enorme razionale consapevolezza, autodeterminazione, indipendenza e sovranità su noi stessi, regalo di importanza e di spessore universale inimmaginabile.
Da qui poi, parleremo anche di quello che sembra incomprensibile, come l’autodeterminazione delle malattie, umane e mortali nella definizione, ma consapevoli di arbitrio umano in termini, fino alla libertà intesa come estrema che è la morte, che è un fine e non la fine, scelta per dono e indipendenza e non per mancanza di regole divine. Ma il senso si fa difficile e magari ne parleremo un’altra volta e meglio. Solo sul respiro ti devi concentrare. Il respiro è il simbolo della Creazione. Siamo stati creati e svegliati dal respiro divino su un cumulo informe di fango di nome Adamo, siamo stati liberati dal suo peccato attraverso un altro respiro, l’ultimo sospiro di Gesù sulla Croce. Pochi ci fanno veramente caso, ma è uno dei dogmi più importanti, ma meno conosciuti della Nascita e della Salvezza dell’Uomo.
Va beh, torniamocene dalle nostre parti. Una prelibatezza locale, per primo ti consiglierei il mio piatto preferito quando arrivo da queste parti: Maccheroni, pescepada a tocchetti, una piccola grattuggiata di alici e finocchietto selvatico. Una delizia amore mio. Va bene..? Bene…”Totò..hai sentito no…? Non la fare attendere…”
Placidino è cieco…tesoro. Ma è come se vedesse. Basta che mi appoggi la mano sulla spalla per vedere tutto di me. E non solo di me. E’ una sua prerogativa. Legge anche le linee della mano. Ma entriamo in un campo particolare, amore, che avrebbe bisogno di essere compreso e rispettato di più di quanto si fa ai giorni nostri. No, non parlo delle baggianate che si sentono e si vedono, non parlo di quella pseudo chiaroveggenza che profana i misteri e se ne approfitta con furti di ingenuità e di pensiero. Io parlo proprio dei sensitivi. Coloro che hanno un dono, un carisma. Il sensitivo è una persona carismatica, con un dono divino che se riesce a scoprire, deve metterlo a disposizione del bene. Placidino è uno di questi e anche qualche magistrato ogni tanto ricorre a lui, per arrivare a soluzioni impensabili e nascoste.
Quando verrai sul serio da queste parti, se verrai, e quando verrai, ti farò leggere le linee della mano. Senza impegno, ma con grande attenzione. Magari ci rideremo sù.
E ora tesoro mio, un secondo di grande raffinatezza. Fidati di me. Seppioline su delicata crema di fagioli cannellini e crostini di pane. “Totò…superati e prepara questo capolavoro…”
Sai che penso… che stanotte non riusciamo ad arrivare sull’Etna, già si è fatto tardi e domattina devi tornare al lavoro. Che dici se saliamo a riposare in una camera con il lato della vallata tutto a vetri…Dormiamo qualche oretta e poi ti ci riporto indietro…..
Ho una tenera voglia di diventare un tutt’uno con te stanotte, guardando questo splendido panorama.
Come…ho sentito bene tesoro…? Hai detto sì…..?
“Totò sparecchia e prepara la stanza più bella che hai…..io ci porto in braccio la mia Principessa….”
Accucciati a me che io mi accoccolo a te amore. E chi ci stacca a noi….Non pensare più a niente e non mi lasciare. Ti guarderò dormire tutto il tempo. E poi non ti sveglierò, voleremo assieme nel tuo mondo, ti accompagnerò alla porta….e ritornerò da dove sono venuto.
Non ti dimenticare…ritornerò a prenderti…dobbiamo salire su sua Maestà.
Nottemiele tesoro mio… alla prossima.

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Déjàvu ©

“Trova le parole per disegnare la bellezza della tua mente, colma di cuore i cuori e e poi richiama il tuo vento a te, questo è il tuo compito. Accarezza la semplicità dei tuoi vecchi gesti, delle tue vecchie parole e dei tuoi vecchi pensieri. Riscopri, se vuoi, le profondità dei tuoi antichi occhi, ma quando lasci la mia mano, il tempo si interrompe e ritorni. Tu sai che devi ritornare. Non è tempo per la tua vita, questo. Qui c’era il tuo senso di allora, qui non puoi rimanere. L’evoluzione ha i suoi controlli. L’hai scelta anche tu. La tua libertà. Io ho il mio raccordo, il mio specchio, la mia grande madre. Quel grande orologio laggiù scandisce il tempo. Ma è un tempo senza tempo. Quelle che vedi sono immagini che ti hanno preceduto e che ti hanno accompagnato. Prima ancora di te. Vedrai anche i riflessi del domani e le immagini dei giorni dopo di te. Tu vedi perchè lo puoi fare…… Ma non puoi fare perchè hai visto…..”

E apro gli occhi e riaggancio la vita. Ma non ho la percezione del conosciuto. Non mi sveglio mai subito dove sono, perchè semplicemente non mi sono ancora svegliato. Immagini e presenze. Poi rientro e riconosco le cose attorno a me. E materializzo solo il distacco. Il distacco. Niente ricordi, se non dopo, quando vado a sbatterci contro il muso.

Lo chiamano déjà vu (già visto) o paramnesia, ma loro fanno i medici o fanno gli scienziati. Non sanno perchè non lo sanno. Non sanno perchè hanno studiato con gli occhi, ma non hanno mai veramente visto con essi. Non sanno perchè pensano con il cervello e non con l’anima e con il cuore…. Leggono i pensieri, ma non ne riconoscono neanche uno…

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Marettimo©

Questa è la mia Dyane Cabrio. Decappottabile, o decappottata, meglio dire scoperta.. più per necessità che per fabbrica, colore arancione, almeno una volta era così, comunque una di quelle da collezionisti, nostalgica, con le marce al volante… Già le marce. Oramai entrano solo la seconda e la quarta… Ma a me va bene così. Non ti dico nelle salite, che cerco di evitare come i capperi nel latte. Ma non la faccio riparare. Mi piace così. Se poi riesci ad immaginare il clacson…peggio delle vuvuzela in Sudafrica, alla coppa del mondo di calcio. Così se non lo vuoi sentire, non lo puoi fare… Roba da pomodori dai balconi. Quando lo pigio, viene da sorridere anche a me. Ma io non mi vergogno. La vedo camminare sulle quattro ruote fiera di essere diversa da tutte le altre e ne vado fiero anch’io. Le macchine di lusso non possono avere il suo stile, il suo carattere, il suo charme, il suo vissuto. E non sono mica permaloso se qualcuno si gira di scherno al suo passaggio. Purtroppo lo è lei, che a qualche principio di sorriso che proviene dai marciapiedi, si inalbera in un giro gracchiante di cilindri e pistoni ormai consunti e si pianta in un fumo grigio spazientito dal retro della marmitta, dirigendolo verso i malcapitati villani.
La immagino aprire da sola la sua portiera lato passeggero, mentre io eseguo il rito più antico del mondo: quello del soffio del baciamano per poi accompagnarti e adagiarti sul sedile di Camilla. Dimenticavo…si chiama Camilla. E’ quello dove ti sei adagiata che non si può chiamare nel vero senso della parola sedile. Intanto…è quello originale. Una volta i sedili delle auto li facevano con le molle. Questa le ha avute le molle…forse…una volta…Ma io ci metto un cuscino sottile di gommapiuma con la foto di cortomaltese (regalo di amici) e va un pò meglio. D’altronde non stai tanto scomoda…no..?! Come dici? Ti ho preso all’improvviso..? Non ti senti a tuo agio a non essere impeccabile…?! Ma non puoi farlo sempre. Ma poi guarda come sono conciato io….mica ho sopra il vestito o la camicia di Armani…e poi Armani mica lo conosco …a me basta il cotone di Trapani…che non è la città..ma il cognome di un amico mio di Nicosia che mi fa i vestiti su misura. Lui è dell’Inghilterra doc siciliana, entroterra preciso, di madrelingua stretta. Non mi fa mai pagare. Nemmeno se lo ammazzi. E se non ci vado proprio per imbarazzo, lui dopo sei mesi che non mi vede, mi fa recapitare un vestito fino a casa. “Fino a ccannu campu iù, curtuumaltisi s’avi a vestiri aggratiss cu mmia…” (Trad: “Fino a quando io vivo, corto maltese con me veste gratuitamente…”). E sai com’è in Sicilia..non puoi rifiutare un dono. Potresti offendere a morte un amico. Ma lui mi vuole bene a modo suo. E non sa come fare per dimostrarmelo. Vagli a spiegare che l’amicizia è un’arte. Non si spiega, non si dimostra. E’ arte … allo stato puro.
Un vero amico è un artista, un cantore di sentimento nativo, un poeta di emozione e fiducia, un maestro di solidarietà e affetto. Un amico non è un amante. E’ di più. Si può essere innamorati, ma se non c’è amicizia, il rapporto è destinato a fallire. L’amore è uno stato quasi irraggiungibile. Forse è di solo appannaggio di una madre, ma non di tutte. L’innamoramento è quello che ce lo fa credere e forse provare. La gelosia, la possessività patologica e la passione egoistica al contrario sono le cose che più ci allontanano da esso. Volere bene è volere il bene della persona amata. E visto che l’amore è uno stato di grazia pressocchè irraggiungibile, l’amicizia è l’unica cosa che può rappresentarlo su questa terra. Ma vallo a spiegare a Trapani che a me basterebbe solo un sorriso e una stretta di mano. O una pacca sulla spalla. Per lui il vangelo ha il suo personalissimo invalicabile modo e metodo, senza remissione di peccati. E ogni volta che vado a trovarlo…beh…camicia giacca pantalone cravatta e calze rigorosamente lunghe anche d’estate … made in Trapani…rigorosamente “aggratiss” come dice lui.
E allora dove vuoi andare? A destra, a sinistra… in sù… ?
Se stai cercando la radio…non la puoi trovare. Non c’è. Non c’è mai stata. Poco male…magari canti tu…o tutti e due….tu cerca di cantare più forte…così non mi senti…che è meglio. Magari una canzone di Antonio Calò. E chi è..? A proposito, se guardi bene, nel video ufficiale di un brano (Dimentichiamoci) del suo ultimo album (quello di “Come la pioggia che si sposa al vento”), sfuggente, in mezzo alle immagini iniziali, ha voluto inserire, a mia insaputa, una chicca, una suggestione di cortomaltese. Un immagine…per rendermi partecipe della sua gioia di cantare, di mettere in musica pagine di appunti buttati sulla sua Moleskine e condivisi insieme ogni volta che abbiamo il piacere di rivederci. Spunti di vita di due pensieri simili nella forma.
Nella sostanza, io non amo apparire. Nemmeno per sbaglio. E’ una mia prerogativa. Lui lo sa. Tony Calò è Bungaro….Che dici cantiamo…che ne so…Guardastelle…? E allora dai…la strada corre, Camilla va da sola. E se ti sente cantare può darsi che non vada in ebollizione. Comincia tu. Tu la sai. Non solo parole. Anche pensiero. A squarciagola se vuoi…tanto non ci sente nessuno da quaggiù, da lassù non ne sarei tanto sicuro… Questi sono quegli spazi interni di vita, fantasia e pensiero in cui il resto attorno, quaggiù, assume una forma evaporata, fino forse a non esistere.
Camilla non ha la radio e va bene, ma in compenso ha il navigatore. Ma non quello satellitare.. Quello di serie installato di fabbrica è il navigatore stellare. Un’occhiata alla tua di stella, tu sai dov’è. Un’occhiata alla mia….mmhh…la mia si riflette nei tuoi occhi..ed entro in confusione…non so bene dove guardare…a proposito non abbiamo mai parlato di stati d’animo e di stati d’anima …e la differenza che c’è poi tra i vari stati d’anima…e il rapporto fra gli stati di anima personali e quelli non propriamente personali ma che giungono a noi dall’universo attraverso affinità selettive con altre anime…ma ne parleremo un’altra volta, per adesso godiamoci il paesaggio…
Intanto io dico di seguire la Stella del Nord: ha aiutato i ReMagi, aiuta da sempre i marinai per la rotta…indicherà la strada giusta anche a noi. La Stella del Nord. Gesù insegnava fin da allora a fidarsi delle stelle…affidarsi a dei segnali universali di un destino amico e vicino, tanto quanto non saremmo ancora riusciti a comprendere bene….Mai, nemmeno dopo duemila e rotti anni. Rotti ma tanto rotti…. “Fare inversione a U alla prima galassia terrestre a destra”…gracchia il navigatore….Considerando che ogni galassia ha la sua stella madre e che ogni stella madre è la più splendente nel giro della vista, l’unica cosa che brilla e che splende di più, qua vicino, sei proprio tu alla mia destra….nessun dubbio…dobbiamo fare “inversione” a destra.
Ecco: “Inversione”: che non è conversione o mutamento, e neppure cambiamento, nè spostamento. E’ inversione. Ecco. Semplicemente. Fermarsi. Controllare. Pensare. E tornare indietro sulla propria strada per ritrovare tutte quelle sottigliezze che non si sono potute vedere, notare, osservare, centellinare, per troppa fretta, per troppa superficialità, per inesperienza, o più semplicemente perchè non era il momento. L’esperienza non è solo quella che ancora si deve fare. Ma anche rivalutare meglio quello che già si è fatto. Soprattutto. Ecco. Ritornare indietro e ritrovare le cose, gli episodi, il tempo su cui riflettere e/o ottenere i dati per rinforzare il futuro. Per sè e per gli altri. Rivalutare il passato, non è tutta quella serie di luoghi comuni come:…piangersi addosso, oppure piangere sul latte versato, oppure…non guardare avanti, oppure …ritornare sui propri passi, rimanere fermi e non crescere, oppure … ormai è fatta..è inutile pensarci. Al contrario è uno studio interiore di crescita, di autovalutazione e autostima. E fai attenzione che ritornare sui propri passi, rivalutare atti o parole, proprie o di altri, è un lavoro di introspezione difficile, stancante, ma propedeutico e fondamentale per un proseguire consapevole.
Sai dove ti voglio portare..principessa? A conoscere un vecchio amico. Uno che sa di antico, di genuino, di storia, di filosofia, di geografia, di vita. Un amico speciale. Attraverseremo tutta la Sicilia settentrionale, quella che si affaccia sul Tirreno, percorreremo l’A20 ME-PA, niente paura..la mia dyane è collaudata, ne ha già fatta di tanta di strada…pensa che ha già fatto più di trecentomila chilometri e se non decide di stramazzare i pistoni proprio ora…
Nel frattempo se vuoi fare un bagno, puoi scegliere la costa: sabbiosa, pietrisco, scogliera. Come preferisci. Spiagge molto belle. Ma d’inverno. D’estate c’è troppa gente. Non fa per me. Le volte che ci vado è solo per ascoltare il mare. Adesso guarda sulla tua destra…non ti dico di abbassare il finestrino…tanto il finestrino non c’è, non ricordo più da quanto tempo non si alza più….
Superiamo Palermo, Autostrada Palermo Trapani. Ci imbarchiamo per le Isole Egadi. Destinazione Marettimo, una delle isole, quella più lontana. Non so nemmeno se ne conosci l’esistenza. In ogni caso è lì che andremo. Eccola qui la nave della Siremar. Il viaggio dura un’ora circa.
Mettiti comoda. Ti racconto la storia di Ventura.
Ventura, meglio Bonaventura, è per tutti, ancora oggi, il guardiano del faro di Marettimo. Lo conosco da qualche tempo. Un bel pò. Ma mi sembra da molto di più. Da sempre. Lo incontrai quando, mosso dalla mia personalissima ricerca e collezione virtuale di fari e solitudine, mi imbarcai per Marettimo. Il faro di un’isola è un emozione particolare. Una sensazione di libertà intensa. Io non so farne a meno. Ventura sa disegnarla bene, questa sensazione. La dipinge con i suoi racconti. Con i suoi sorrisi, con le sue rughe. Qual è la verità a Marettimo non ha più tanto senso. E’ un uomo semplice. Poderoso. Pieno di significati. Un uomo. Ti farò raccontare un pò della sua vita, a cominciare dal suo incidente, del coma subito, di quello che lui chiama “altrove” e delle cose “toccanti” che racconta di aver visto e che segnarono per sempre la sua vita. Non racconta a tutti quello che ha visto. Lui sa perchè. E anch’io.
Ventura è un uomo sereno, calmo, gentile, un esempio di silenzio in mezzo al rumore. E’ in pensione dello Stato. Viveva dentro il faro, in simbiosi con esso. Era il suo lavoro, ma anche la sua ragione di vita. Il faro era la sua creatura. Una vita passata dentro e fuori il faro. E attorno ad esso. Marettimo è come lui, un’isola quieta e tranquilla, una montagna in mezzo al mare, dove si sentono solo lo sciabordio delle onde che si infrangono sugli scogli, il sibilo del vento e le grida dei gabbiani. Centinaia di gabbiani. Liberi. Non volano via quando
Ventura si avvicina. E’ incredibile. Solo lui li può avvicinare. Stanno tranquilli come se anche lui fosse bianco e con le ali. Pronto a spiccare il volo insieme a loro. Come uno di loro. E forse sarà proprio così. Niente di strano. Tutto sembra possibile su quest’isola. E a renderla magica è il faccione semplice e intenso di Bonaventura. Il re di Marettimo. Ancora oggi il guardiano del faro. Per tutti. Potrei stare a parlare per ore con lui. Ad ascoltarlo parlare del mare. Dei venti. Dei gabbiani. Di libertà. Così semplicemente. Tutto così. Elementare. Perchè la risposta alle domande più crude, molte volte sta nelle cose più elementari. E’ la natura ad avere le risposte. Elementare.
Su Marettimo, Camilla sembra a suo agio. La natura le rende giustizia. Qui non ci sono gli strombazzamenti del mondo conosciuto e dei suoi mille superflui colori. Non esistono corse selvagge tanto per correre senza conoscere la vera meta. Non ci sono vincitori, nè vinti. Non esistono poveri, nè ricchi. Nè falsi idoli da idolatrare. Guarda laggiù… Tulopuoifare. L’orizzonte e i gabbiani che vanno incontro al sole. E se fossero tutte qua le risposte a tutte le domande…?
Ciao Bonaventura. Non ti avevo portato nessuno mai. Ma Lei è speciale. E’ come noi…. Lasciami il tuo posto quando non ci sarai più. Il faro rimarrà in buone mani, non devi aver pensiero. Adesso noi dobbiamo andare. E’ tardi. E’ quasi mezzanotte. E le principesse a mezzanotte devono essere a casa…..
E se la favola è esatta, prima o poi, anche lei dimenticherà la scarpetta “con il tacco” di cristallo….

@ilcortomaltese

Una prece per Manlio©

Avevo restituito l’auto a noleggio a Viareggio. Sarei dovuto scendere a Palermo con quella. Ma anticipai la consegna. Così come dovetti anticipare il ritorno. Manlio non sopportava il viaggio in macchina e questo lo sapevo da tanto tempo. Aveva già prenotato quattro biglietti per il Frecciarossa Firenze-Roma e quattro per il Frecciabianca Roma ReggioCalabria. Era l’alba di Giovedi 6 marzo 2014. Tornavo da Milano. E ora ero seduto su una sedia stile retrò in uno studio che sapeva di ottocento. Il suo studio. Lo aspettavo guardando ammirato una serie infinita di librerie a muro con tanti di quei libri da far venire la voglia di contarli uno per uno per riuscire a non riuscirci. Pensavo a mio padre, a quel libro di Manlio sul suo comodino, quella notte di tanto, tanto tempo fa. Pensavo a quello che di bello diceva mio padre a lui di me, ma non a me, a me era difficile che parlasse. Quanto tempo. Il tempo non ha tempo, quando perdi il tempo. E poi finisce che il tempo non ti aspetta e perdi quello, tutto quello che avresti voluto, senza possibilità di ritorno. E quanti pensieri a rincorrere i ricordi. Manlio aveva perso una figlia circa vent’anni fa. E’ più facile superare la morte di un genitore. Tale non è sopravvivere alla morte di un figlio. Mi diceva. L’altro Manlio era morto giù a Catania qualche minuto dopo la mezzanotte. Sapevo che per lui era un dolore. Ma a 97 anni, come dice Manlio, i dolori ormai sono come i piselli, se li sbucci ne trovi altri. Se ne era andato probabilmente senza anticiparglielo. Si chiamavano entrambi Manlio e abitavano da un estremo all’altro della penisola. Uno era un poeta, un filosofo, un paroliere, un cantore di vita, era stato un grande amico di mio padre e poi mio e abitava alle falde dell’Etna ed era morto all’età di 89 anni. L’altro, lo stavo aspettando da qualche minuto, ed era un giornalista ormai in pensione, ma ancora uno scrittore esistenziale in attività. Uno di quelli che racconta come si dovrebbe camminare sulla vita con scarpe comode senza perderne il gusto e il piacere. Ad un tratto il crepitio avvolgente della porta di legno antico che si apriva nello studio, mi svegliò dal mio intorpidimento dei soprapensieri…

“Caro il mio amico della vecchia Trinacria…”, esclamò non appena comparve sull’uscio, “sai com’è …porte in larice non se ne fanno più. E se c’è ancora qualcuno che le fabbrica, le fabbrica nuove. A me piacciono antiche, vecchie…E la lascio così, mi piace il suo scricchiolio. Cosa ne sanno i masticatitanio dei computer del suono ammaliante di una porta di larice…Loro sanno solo di bip e di ding…”.

Mi abbracciò con la sua stretta solo leggermente tremante rispetto alla sua veneranda età. La sua voce però non era tanto ferma come il resto del corpo, ma era roca e tremula e lo era molto più di sei anni prima, l’ultima volta che ci eravamo abbracciati. D’altronde aveva girato il 97° anno della sua vita. Lo guardavo con ammirazione. Come ho sempre fatto quando ho guardato e ascoltato quest’uomo. Ammirazione. Meraviglia. Curvo leggermente ma sereno nel tono e soprattutto nella sua solita ironia pungente e immancabile. Era deciso a scendere In Sicilia a portare il suo omaggio personale al suo vecchio caro indimenticabile amico di storie e di viaggi. Mi aveva fatto chiamare dal suo assistente. Guai a chiamarlo badante. E saputo che mi trovavo a Milano e che ero in discesa proprio per il funerale, mi intimò di passare da lui. Il suo di viaggio verso giù lo voleva fare con me. Un regalo per me … di valore inestimabile. Il suo assistente era un distinto signore italiano, sulla cinquantina, molto educato, di grande rispetto e molto silenzioso. Era delegato alla scrittura sottodettatura. Era così che riusciva ancora a scrivere i suoi libri. Lo aiutò ad accomodarsi su quella che doveva essere la sua poltrona personale e poi si ritirò per sistemare le ultime cose per il viaggio. Era una poltrona stile Chesterfield come lui mi precisò, una di quelle che sono belle rigide di sotto e di dietro. “Massaggiano senza spendere una lira..” Già …. lui continua a chiamare l’euro…lira. Una gran bella poltrona, pensai, all’occhio è uno stile un pò vetusto ma ha un impatto solenne, in ogni caso anche se non mi piace, sarà bene non farglielo capire. Nel clima generale austero e rigoroso che aleggiava in quella casa … certo il suono della mail in arrivo nel mio iPad stonò non di poco. Manlio mi guardò ammiccando con aria sorniona.

“Facciamo una cosa durante il viaggio….Invertiamo la rotta di Magellano….est ad ovest e ovest a est: tu ti leggi un libro, e a me dai la tavoloccia bip .tvb.cmq.stp.cff.mpp.trr.prg.bjq e “maremma bucaiola”. …”

Una espressione colorita per stabilire bene dove ci trovavamo in quel momento. Manlio abitava sul lungomare di Tonfano, vicino Marina di Pietrasanta, non molto distante da Viareggio.. Ma guai chi chiamava quella localita con il nome moderno di Tonfano. Per lui era Fiumetto….e Fiumetto dovevi chiamarlo altrimenti entravi in una disquisizione di geografia storica e incazzatura retroattiva dalla quale non ne uscivi più. Quindi Manlio Cancogni, in arte di gioventù Capendras, abitava a Fiumetto e io ero lì con lui. E da lì a poco ci saremmo fatti accompagnare a Firenze per salire sulla Frecciarossa.

“Apri il cassetto centrale della scrivania…”, mi disse, “i biglietti sono lì” . Enrico voleva farli online, ma era più impacciato di me. Gli ho detto di farli alla stazione tornando da Firenze. E ci troverai anche il libro per te. Ma prima dammi la tavoloccia…”

La parola tavoloccia e il riferimento al copriwater non era una coincidenza. Era proprio un’espressione voluta per rendere bene il suo debole per il progresso tecnologico. Il libro dello scambio era uno dei suoi libri: “Tutto mi è piaciuto”. Mi guardava negli occhi. Voleva vedere nei miei la difficoltà di uno che senza iPad si sente perduto. Come ormai tutti gli schiavi della tecnologia. Io non volli cadere nella sua provocazione e barattai subito con entusiasmo. Ma l’imbarazzo non lo puoi nascondere ad una volpe di 100 anni. E lui sorrise bonariamente.

” Se devi prendere appunti…”, disse, ” annotali su questo, consideralo un regalo….”

E mi mise nella tasca della giacca un piccolo quadernetto nero con elastico e un lapis (non matita…ma lapis, rigorosamente lapis come lo chiamava lui..). Un altro regalo da custodire gelosamente.

Secondo i calcoli di esperienza quasi trentennale, il calvario emicranico sarebbe arrivato di sabato. Ma le probabilità che arrivasse prima, e quindi il giorno del funerale, precisamente il giorno dopo, erano in percentuale rilevante. Non si deve certo scomodare la madrina di psicologia per capire come mi sentivo in colpa per non essere probabilmente in sensi nel giorno in questione. E lo stavo appuntando come faccio sempre con i miei pensieri…stavolta non sul pezzo di tecnologia, ma nella prima pagina del quadernetto di Manlio.

Poi, quasi a riempire il vuoto di parole che si era creato… “Io, tu. Egidio l’assistente, ma il quarto…viene anche tua moglie…?” Sua moglie era una graziosa educatissima signora anche lei di quasi 90 anni, che ancora io non avevo avuto il piacere di salutare. “A proposito..dov’è la signora Rori…”? Rori si chiamava, o almeno lui la chiamava così, tutti la chiamavano così e non ho mai saputo bene se fosse un diminuitivo oppure proprio il nome preciso.

“Nossignore…Cortomaltese…Rori starà qualche giorno in compagnia più sicura di me….” sorrise.

“Il quarto biglietto è per una persona speciale … sta per arrivare. E speriamo che lo faccia presto altrimenti perdiamo il treno…”

Da lì a poco entrò Egidio con la sorpresa più sorpresa che Manlio poteva pensare. Egidio si piantò davanti alla porta con il solito aplomb e fece avanzare solo lei.

“Sorpresa!…”. Era entrata come il vento del nord. La sua solita esuberanza e il suo tipico accento romano mischiato con qualche inflessione sarda. Federica. Federica Fratoni, Federica Camba, per dispetto a suo papà Fratoni. Una storia lunga. Io la conoscevo già. Ma aveva i capelli lunghi, tempo fa, adesso invece esibiva un taglio stile presidio militare con i capelli non più lunghi di 3-4 cm. Manlio l’abbracciò con tutto l’affetto che lui riesce sempre ad esprimere e la mise a suo agio. Io non avevo tanto da dire, dopo la burrasca di anni prima. Rimasi in piedi, attendendo un suo cenno, un suo passo di avvicinamento. Che non fece.

“Hanno requisito tutti velieri di sua maestà il re, oppure CortoMaltese è qui perchè ha perso di nuovo la rotta…?, disse seria rivolta a Manlio.

Manlio la guardò ammiccando un tiepido sorriso. Poi Federica si girò verso di me che in piedi ero e in piedi ero rimasto e mi abbracciò come solo lei sa abbracciare. Un abbraccio accompagnato da una risata profonda, sentita. Era scoppiata la pace. Una pace da una guerra che solo lei aveva dichiarato. Come solo le donne burrascose sanno fare.

Egidio era rimasto sulla porta, come ad aspettare l’attimo propizio, l’attimo fuoriuscente dal momento in cui avrebbe potuto non rovinare quello che Manlio aveva preparato e preconfezionato.

“Giovanni è arrivato..”, disse, “..se siamo pronti possiamo farci accompagnare a Firenze…”

La destinazione Firenze Santa Maria Novella. Il Freccia è un treno ultramoderno c’è pure il wifi, peccato che il libro di Manlio non aveva il ricevitore, mentre il mio iPad dotato di ultracchiappawifi giaceva sonnicchiando nella sua 48 ore. Dormiva. Come il suo temporaneo padrone.

Anche Egidio era passato dal mondo dei colli tesi al mondo dei colli reclinati, quasi subito.

Il viaggio da Firenze a Roma era corto…e già appannavano la vista dietro gli occhiali scuri. Immaginavo quanta compagnia mi avrebbero fatto da Roma a Villa San Giovanni. Io che non dormo di notte con il silenzio, che è silenzio per gli altri. Figurarsi di giorno, sul treno e con quel trambusto.

Federica leggeva il libro di Manlio. E ogni tanto mi chiedeva particolari relativi a dei modi di dire. Quelli di Manlio. Sembrava più attenta non tanto alla risposta, quanto al modo con cui le veniva detta. Federica era molto legata a Manlio. E anche al fu Manlio. Il Manlio Sgalambro di Catania. Quest’ultimo aveva scritto molto, era stato un grande paroliere di nobili pezzi musicali, soprattutto quelli di Battiato. Ma anche di altri. Ma Battiato lo adorava. “La Cura”, mitica canzone sua è una poesia di Manlio. Manlio non può bearsi più di ascoltarla. Anche se è riuscito a raggiungere novantanni. Con una forza e una serenità invidiabili. Mi aveva detto l’ultima volta che ero andato a trovarlo:

“Vorrei arrivare ai novanta, vorrei vedere cosa si prova a vedere il tempo da lassù, vorrei arrivare a vedere se la mia mente ha il coraggio di essere ancora sana, in mezzo ad un corpo che ormai mi suscita ilarità….”

Riuscì ad arrivare quasi ai novanta. Giusto un attimo. Solamente per vedere, come aveva sperato. Avevano lo stesso spirito guerriero i due Manlio. Forse era questo che li univa mentalmente anche se fisicamente erano distanti. Pensavo tutto questo e guardavo il mondo fuori. Vedevo tutto il contorno sfrecciare velocissimo. Pensavo a tutti gli anni dietro me. Pochi rispetto ai loro. Ma quanto pesanti, duri, schiaccianti…..Ma alla fine passati velocemente così, come ora questo correre fuori velocissimo degli alberi. Fissavo un punto fermo sul finestrino del treno, una macchia di pioggia più scura. La fissavo fino a storcermi gli occhi. La coda lunga dell’occhio continuava in sottofondo a scorgere il lontano velocissimamente passare. Pensavo…quanta vita passa non tanto distante…e veloce…senza quasi che si abbia il tempo o la forza di accorgersene. E nel frattempo che non riusciamo a vedere più lontano del nostro naso, la vita poco lontano va via senza ritornare, passa veloce senza soluzione di continuità. E lascia tanti dubbi. Tanti punti interrogativi. Tanti dilemmi. Eravamo arrivati a Roma intanto. Manlio doveva avere l’orario dei treni in testa. Qualche secondo prima che il treno entrasse in stazione, abbassò gli occhiali scuri fino alla punta del naso, scoprì i suoi occhi ancora chiusi dal torpore e disse…:

“Egidio, te la sei fatta sempre dormendo, suvvia stropicciati gli occhi e scendiamo….”

Era solo Egidio che dormiva.

Prendemmo il taxi e e arrivammo in un punto della via Flaminia. Non tanto distante. Di fuori non era granchè. Il suo ristorante preferito. Ma prima aveva ben pensato a dirgliene quattro al tassista che aveva piantato il taxi davanti ad una trattoria vicinissima che non aveva niente a che fare con il suo ristorante. Ma il nome, il passato, la storia buttato in un così gesto inconsulto..no, non lo sopportava. Quello era un altro locale. Vicino. Niente a che vedere. E Manlio mise birra al motore del suo fastidio. Non lo avevo mai notato ancora così. Ma pensai che un pò di comune irrigidimento di arterie era normale si facesse sentire ogni tanto alla sua veneranda età. Anzi…e ci mancherebbe altro. Sarebbe stato un miracolo, altrimenti. Vederlo così attivo e vederlo in quello stato positivo di presenza psicofisica mi rallegrava. Saranno anche le medicine che prende, pensai, magari qualche dozzina di antidepressivi….forse. O forse no. O magari è solo una cascata di energia mentale e spirituale. Le vie di Manlio sono infinite. 97 anni. Federica sorrideva. Forse pensava quello che pensavo io. Mi prese sottobraccio ed entrammo dentro. Ottimo Ristorante.

Il frecciabianca partiva alle 15.55. Giusto in tempo per fare shopping in stazione per Federica. Io con un pò di fortuna, avrei potuto trovare il mio amico Madhur, indiano. Niente telefonino. E’ un metodo il suo. E’ un rito. Un modo di vivere. Forse con il richiamo dei tamburi della sua terra, lo avrei potuto chiamare. Sarebbe stato un piacere. Ma a Roma Termini non si poteva nemmeno immaginare. Manlio si sedette al bar insieme ad Egidio. Madhur era arrivato a Roma, a vivere. Rivivere. Ricominciare. Non dimenticare. Ricordare diversamente. Faceva la guida. Sapeva parlare molto bene l’inglese, l’indiano, l’italiano e il siciliano. Aveva un calesse a bicicletta. Incredibile Madhur. Lui pedalava e il calesse portava due turisti. Si fermava e spiegava. Madhur, 25 anni. O forse di più. O forse anche più di 30. Non l’ho mai capito bene. Ma che importanza poteva avere. Madre, padre, sorella, moglie…deceduti. Un attentato. Lui sfiancato dal peso del dolore. Della rabbia. Della vendetta. Del rancore. Ha provato a farcela. Sta provando. Non lo so. Se ce l’ha fatta. Se ce la sta facendo. Se si può mai dire così. Il mondo è duro. Ti lascia sempre dietro. Non ti aspetta. Nessuno guarda da dove vengono le tue lacrime, figuriamoci se tu le nascondi. Mi manda almeno una volta al mese una cartolina. Incredibile Madhur. Le cartoline, e chi le manda ormai più..? Madhur, Madhur le manda. Una con un turista indiano, una con due siciliani, una con un tedesco che non parla nessuna lingua conosciuta eppure ride contento e lo abbraccia… . Incredibile Madhur. Gli voglio bene. Lui me ne vuole di più. Non sono riuscito a vederlo. Meglio così vuol dire che starà pedalando e sudando per qualche euro da qualche turista con qualche macchina fotografica puntata verso qualche monumento. Forza Madhur, ricordati la promessa. Ce la faremo. Madhur ha una figlia: Kajri. Madhur ogni tanto viene in Sicilia a vederla. Kajri sa che è un mio caro amico nato nella stessa terra d’origine sua. Kajri è molto affezionata a Madhur. Kajri è una ragazzina splendida. Madhur forse un giorno glielo dirà. Forse. Ma qui a Roma Termini di Madhur nemmeno l’ombra. Kajri in indiano vuol dire ..”come una nuvola”.

Manlio ci aspettava ai piedi della scaletta del nostro vagone, con il suo bastone in mano. Sembrava minaccioso. ma aveva l’aria sorniona. Io non ero l’ultimo fortunatamente. Mancava Federica. Si sarebbe presa lei eventualmente i rimbrotti. Egidio aveva fatto le cose per benino anche con la prenotazione del frecciabianca. Tutti insieme a quattro, gli uni davanti agli altri. Federica di lato a me, stavolta. Anche lei stavolta nel club dei colli reclinati, quasi da subito. Come quasi da subito mi ritrovai da solo a guardarli entrare in contatto con Morfeo, che dentro le sue caverne, probabilmente stava ripassando insieme a loro tutto quel cibo che avevano buttato dentro lo stomaco e che dovevano digerire.

Ripensavo alla burrasca con Federica. Federica Camba era una cantante e autrice musicale. Aveva trovato una bella musica per una mia poesia, qualche anno fa. Ed insieme al suo amico Daniele Coro, aveva provato ad amalgamarle. Ma per farlo, aveva storpiato, mozzato, azzoppato il pensiero. Il pensiero è personale. E’ un modo per esprimere il didentro. Non può essere profanato. Io non chiedo niente. Non amo apparire. Nemmeno essere. Uso cancellarmi dalle intestazioni e mi cancello dai titoli di coda. Ma il pensiero… Il pensiero è come il vangelo. E’ secondo me. Deve rimanere tale. Altrimenti non è il mio. Sarà il suo. Sarà diverso. Se lo farà lei. Ed è questo che le ho detto. Forse male. Anzi male. E il suo venticello di primavera diventò burrasca d’inverno. Federica buttò fuori tutte le sue antipatie personali verso il mio modo di pensare, e probabilmente verso la mia persona. Ma alla fine, riportò l’originale e adattò un’altro pezzo musicale alle parole. Ma non mi chiamò più. E non ci vedemmo più. Fino ad allora.

Mi mise un auricolare delle sue cuffiette nel mio orecchio, quello prossimo al suo, ed esclamò:

“Nonostante abbia dovuto far adattare un’altra musica meno bella…alla fine poi non fu tanto brutto il miscuglio del risultato…vero..?”

Era la prima volta che parlavamo io e lei di quella canzone. Io avevo avuto solo qualche scambio di idee con Manlio. Lui, come sempre, riusciva a mediare sempre tutto. E anche in quel caso era stato il padre inseminatore di un componimento i cui semi sorgivi si erano collegati insieme in una sorta di abbraccio musicale voluto da lui.

Federica la canticchiava in sottofondo. Io presi una sberla sulla mano quando le dissi di non rovinare con i suoi gracchi una melodia così bella. “Uno più uno fa mille” il titolo era questo originario e questo era rimasto.

“E ci si prende per mano. E stare fermi e volare lontano. Tanto ti porta la stella, ti porta dove vuoi tu…”.

Ma Federica ha una voce molto bella. E canta anche tanto bene. Ma non glielo dissi.

Villa San Giovanni arrivò dopo qualcosa più di 6 ore. Scendemmo dal treno che era già sera. Ci accompagnarono ai Traghetti e di lì a poco fummo a Messina. Ci attendeva un’auto che ci fece arrivare a Catania in tempo per cenare in Hotel così frugalmente e poi andare a riposare. Già riposare. Io stavo aspettando l’aura. Che non è Laura. Nome proprio di persona, genere femminile. No. E’ elle apostrofo Aura. Sarebbe quella sensazione, con miscugli di flash visivi e nervosi, che precede e presenta inopinatamente l’arrivo della mia cefalea a grappolo o emicrania trigeminale. O entrambe. A secondo se non hanno niente da fare e si vogliono fare una passeggiata nei mie gangli nervosi e nelle arterie craniali. I tempi erano quelli. Ci eravamo quasi. Io non posso però mancare alla celebrazione della funzione per Manlio. Una possibilità c’è. La tento. Una sottocutanea di Imigran. Per non sbagliare una ora e una domattina. “Manlio se tu sei lassù….ed è vero tutto quello che sempre ci siamo detti…beh..è venuto il momento di metterlo in atto. Intercedi per me. Prenditelo di prepotenza, non lo so, fai tu. Tu sai come fare. Io non voglio mancare. Non posso. Devo dire ai tuoi commensali un paio di cose domani in chiesa. Non mi tradire proprio ora. Ci tengo”. Feci….e dopo il sonno fece la sua. L’indomani mi svegliò il mio BlackBerry puntuale con il suo “Adagio” e mi misi a sedere sul letto. Controllai il mio stato di testa. Non sentivo niente. Alzai persino gli occhi all’insù come per vedere ingenuamente il mio cervello dal di fuori e dal di sotto. Non dava segnale di minima dolorabilità. Chiamai Manlio per la colazione. Prima però buttai in vena un’altra Imigran. Mi intorpidì ancora un pò, ma non volevo rischiare. Manlio non mi rispose.

Scesi da solo sotto per la colazione. Manlio era già seduto. C’era tanta gente attorno a lui. Manlio si era fatto volere bene anche da queste parti. E il fatto che era venuto per rendere i suoi omaggi al suo amico omonimo, per i siciliani era un onore da ricambiare con massimo rispetto.

“Manlio mi fece cenno con la mano di avvicinarmi al tavolo. Vidi una ragazza minuta seduta di spalle parlare con lui. Accanto a lei un energumeno in piedi. Sarà il suo fidanzato, pensai. E pensavo tra le altre cose, che i fidanzati ormai sembrano delle guardie del corpo, tanto sono palestrati. Quando sono arrivato, capii che non era il fidanzato, era proprio una guarda del corpo. Almeno era quasi certo.

“Ciao Loredana…” la riconobbi e la abbracciai, ero proprio contenta di rivederla, dopo l’incidente occorsole l’anno scorso. Brutto incidente.

Loredana è una ragazzina di Sicilia. Orfana fin dalla tenera età, Genitori rumeni. Adottata da una coppia di Agrigento. Loredana sembra una ragazzina. ma ha più di trent’anni. Occhi pastello colore del cielo più azzurro. Sguardo sempre triste, anche quando ride. Soprattutto.

Loredana di Amici di Maria de Filippi. Loredana Errore. Per lei e per Lei … “La voce delle stelle”.

Federica e Daniele quella volta non cambiarono neanche una virgola. La musica poi riuscirono a comporla e ad amalgamarla splendidamente. E poi Loredana la cantò pensando alla sua vera madre, mai conosciuta. Eccezionale. Da brividi.

Loredana è una ragazza molto timida. Ma quando si scioglie la devono fermare. Parlò circa mezzora tutto di un fiato. Progetti, programmi, speranze, persone nuove, il fidanzato, l’incidente, le cure, la paura, la plastica, ricominciare, il coraggio, la forza, il cielo, il suo dio, la malinconia, la voce, i produttori, un nuovo cd. E poi la gioia di esserci riincontrati.

Attendevamo che arrivasse Franco. Ma Franco arrivò tardi. Solo giusto in tempo per assistere alla funzione religiosa. A fine messa, Battiato cantò in diretta con l’aiuto del pianista, e con l’autorizzazione del parroco, la canzone culto di Manlio: “La cura”. Una canzone spirituale. Era stato Manlio a chiederglielo quando era in vita. Commovente. Bravissimo lui. Da pelle d’oca. Sublime la poesia. Meravigliosa la melodia. Grazie Manlio. Anche per avermi aiutato a presenziare la tua cerimonia, mandando la mia emicrania una volta tanto a farsi fottere….giusto come mi dicevi tu ogni qualvolta mi trovavi dolorante al telefono…. Vola in alto. Non strapazzare troppo i Santi. Continua la tua vita lassù. Vai a cercare chi sai tu. Dalle un bacio per me. E se puoi, tienimi il posto accanto a Lei. Un abbraccio.

@ilcortomaltese