La favola di Peter Pan ©

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Occhi accesi dal dolore all’oblio.
Il mare laggiù si fa guardare quieto
e assorbe tutti i sospiri dei malati.
La penombra delle corsie
sembra galleggiare su di esso.
Assume contorni di un transatlantico
che si fa cullare con desiderata dolcezza
lungo la rotta di un miraggio sereno,
giusto il tempo di volare per un attimo
fuori da questo tempio del dolore.
Vorrei poter scrivere sul mare stanotte,
con l’inchiostro d’argento della luna,
raccontare a chi subisce la prigione
di un corpo che cerca sollievo,
la favola antica di Peter Pan.

Quello inutile ©

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A volte non ha senso.
Altre volte non serve a niente.
Ma azzanna, come un cannibale.
Sviscera angosce e tormenti,
strappa flussi d’anima
dallo scorrere dell’esistere.
Sfuma il circostante,
sperduti i pensieri,
la vita sopravvive.
Sfiorisce il significato,
appassisce il senso,
dormono da soli i sogni.
Evaporano le persone,
si accartocciano le cose.
Si sa che non è,
ma tutto sembra.
Morde la malinconia,
annaspa il giorno,
insonne la notte.
Il dolore.
Quello inutile.
Fa più male delle carni straziate.

Le lunghe praterie ©

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Non sempre ad ogni pensiero bello fa seguito quello che vorresti da esso. L’energia universale si attiva solo con l’incontro univoco di due correlazioni energetiche simili, dagli effetti primari incondizionati e rari.  L’aura riceve alterazioni subliminali riconosciute e assume gradazioni energetiche luminose e uniche per il ricongiungimento astrale. Sembra difficile. Ma è  la spiegazione metafisica di una legge universale originata all’inizio dei tempi. Tutto così semplice che sembra casuale. L’Universo non é l’involucro di tutte le stelle, ma piuttosto l’energia immensa invisibile che le forma. Noi siamo quell’energia che ha preso corpo. Siamo riconoscibili solo dall’amore universale,  il collante cosmico della nostra esistenza che ha in sé  il mistero della vita assoluta in tutto il tempo dei tempi. E’ presente in te l’origine che avvolse tutto, ma non è il tempo della consapevolezza. Ti vedo, ma non ti sento. Hai il cuore del mondo, ma non lo senti. Distratta dai tuoi pregiudizi terreni, perderai ancora il passaggio ciclico del riconoscimento. E l’ora del ritorno, per me, sta arrivando in fretta dalle lunghe praterie del cielo. Non servirà provare a comprendere.

La Gratitudine ©

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La gratitudine
non è un sentimento,
è una conseguenza.
Una reazione affettuosa
alla riconoscenza.
La gratitudine
è una restituzione,
un atto di riflesso
la cui luce è di specchio.
Bella e pura,
sana e delicata,
la gratitudine vive
all’ombra di un affetto.
Non ha i sogni
nel suo destino,
ha solo il bisogno
nel suo futuro.
A volte contraccambia,
fosse anche per dovere,
o per un sottile piacere
ma non condivide,
non divide,
non partecipa,
non soffre,
e se ama
ama per un perchè
ma non ama per te,
ama i doni dell’anima
ma non l’anima dei doni.

Sotto la pioggia ©

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È sotto la pioggia
che scivola il dolore.
Le gocce di cielo
non sono lacrime.
E nemmeno sudore.
Ognuna che mi bagna
è come un bacio
di chi invisibile
mi vuole bene,
senza ritorno.
E mi piace inzupparmi.
Baciato da tutti gli angeli.
Poi arriva il sole,
sembra sereno,
ma diventa tutto arido.
Sentieri e ombre sterili.
Sudare diventa necessario
e le sue gocce bruciano il viso,
così come da una vita
queste lacrime asciutte
evaporano sperdute ed estranee
lungo infiniti valichi solitari.

I codici dell’amore ©

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L’amore è una forza autonoma, indipendente, autosufficiente, e svolge una funzione cosmica, quella di permettere a ciascuno di noi di realizzare il suo destino.
Ma siamo diventati un’umanità di ragionatori e di pensatori, “l’amore vero” e le sue leggi sono quanto mai distanti dalla nostra vita. Tutti parlano dell’amore che vorrebbero, del loro sogno di innamorarsi, ma in realtà stanno pensando sempre a se stessi, a come far perdurare il loro Io, le loro convinzioni, la loro visione della vita. L’Amore non ha schemi: è una forza libera e viene proprio per distruggere le certezze in cui siamo rinchiusi. In realtà tutti si innamorano di sé e sognano l’amore per rafforzare la propria identità, alla fine inconsciamente per diventare sempre più uguali a ciò che già sono. Siamo specialisti nel distruggere gli amori e l’amore.
I codici dell’amore vanno compresi: da loro dipende il nostro destino. Innamorarsi significa cantare un inno a un dio sconosciuto, a una forza che serve a esaltare i tesori nascosti nella nostra stessa essenza. Sono loro la terapia migliore per curare i nostri mali, possiedono l’energia per portarci dove dobbiamo andare.
E se ci innamoriamo e abbiamo, tenendola a volte nascosta, la meravigliosa idea di fare l’amore con la persona amata è perché il nostro lato sconosciuto, quel buio che pensiamo ci abiti, si esalti invece e faccia volare la nostra essenza, le metta le ali e la porti verso i suoi veri talenti, verso la sua vocazione, verso ciò che siamo per davvero.
L’anima quasi sempre provvede a farci incontrare gli amori giusti, siamo noi a complicarli con i nostri giudizi. Ci innamoriamo per curarci, per guarirci, per evolvere, non per attaccarci a qualcuno. E men che meno per mettere gli amori che arrivano nel nostro indispensabile, incontrovertibile progetto di vita.
Chamfort, uno dei più grandi filosofi, ma semisconosciuto, diceva: “C’è una saggezza superiore a quella che di solito è chiamata con questo nome, essa consiste nell’assecondare arditamente il proprio carattere, le proprie tendenze, la propria vera essenza nascosta e incomprensibile razionalmente, accettando con coraggio gli svantaggi e gli inconvenienti che può provocare”.
L’amore non guarda con gli occhi, ma con gli affetti, per questo Cupido viene rappresentato bendato; l’amore non ha il principio di distinguere: alato e cieco, è tutta forza senza giudizio…
L’amore viene per disintegrare il personaggio, la caricatura che recitiamo con noi stessi e con gli altri. Ed è proprio la caricatura che non vuole morire, che resiste, che si fa domande. Mai come quando arriva qualcuno che condivide amore, dobbiamo essere senza volto: accoglierlo, farsi travolgere, scoprire la divina follia che ci regala, per innamorarci anche della nostra vera essenza, l’unica depositaria della verità di ciascuno di noi.
L’anima non si avvicina a qualcuno se non è la persona giusta per noi, come una pianta espande le radici là dove vi è il nutrimento più adatto per lei, non si fa attrarre dalle apparenze, ha la predisposizione naturale a trovare l’anima gemella per realizzare la sua evoluzione. Al di là di ogni costruito della vita necessaria, al di là di ogni raziocinio e morale sociale. Tutto il resto che si avvicina, che non è anima, non lo sarà mai. E abbiamo un dono speciale che in relazione al tempo spoglierà questa maschera. E’ la nostra essenza universale, che sa con chi verrà in relazione, e, o prima o dopo, renderà lievi e spogli inevitabili prigioni umane di pensiero.

Krishnamurti scriveva:
Il pensiero è il più grande ostacolo all’amore. Il pensiero crea una divisione
tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere e su questa divisione si basa la morale; ma né il morale né l’immorale conoscono l’amore, e non lo conosceranno mai.

Il Filo Rosso del Destino

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La leggenda del filo rosso è un’antica credenza orientale che racconta come le anime gemelle siano legate da sempre e per sempre da un filo sottilissimo, legato al mignolo della mano sinistra oppure, secondo alcune versioni, alle caviglie. Il filo rosso del destino unisce in maniera indissolubile due persone a dispetto di differenze di età, di ceto sociale, di luogo di nascita o di residenza: è un legame indistruttibile, insomma, più forte di tutti e di tutto.

Il filo rosso in certi casi può essere estremamente lungo e per questo motivo può intrecciarsi, aggrovigliarsi, annodarsi: sono le difficoltà che possono minare un rapporto, renderlo complicato, che possono rischiare di comprometterlo. Due anime che sono destinate a congiungersi, comunque, lo faranno in un modo o nell’altro ed ogni groviglio che sarà sciolto, sarà il superamento di una difficoltà o di un ostacolo frappostosi alla felicità dei due amanti. Il legame diventerà più forte, più vivo, più autentico e durerà per sempre.

Unmei no akai ito, vale a dire la leggenda del filo rosso del destino, è probabilmente la più conosciuta di tutte le leggende giapponesi. In realtà, però, la storia del filo rosso nasce nella vicina Cina, tanto è vero che è ambientata secondo tradizione durante il periodo della dinastia Tang, regnante sul paese dal 618 al 907 d.C. Secondo i racconti, un tale chiamato Wei, rimasto orfano in tenera età, desiderava ardentemente sposarsi e creare una famiglia, ma senza successo. Non riusciva a trovar moglie, nonostante fosse alla continua ricerca dell’anima gemella. Destino volle che un giorno si ritrovò nella città di Song, dove conobbe un tale che si offrì di presentargli la figlia del locale governatore, bella e morigerata, sicuramente un buon partito per lui. Ne avrebbe parlato col padre e gli avrebbe fatto sapere la risposta. I due si diedero appuntamento al mattino seguente, ma Wei non riuscì a dormire per tutta la notte e già all’alba si presentò al luogo dell’incontro.

Qui incontrò un vecchio, che leggeva un libro incomprensibile, scritto in caratteri mai visti prima. “Proviene dall’Aldilà”, rispose il vecchio a Wei che gli chiese incuriosito in quale lingua fosse scritto. “Di solito a quest’ora non c’è nessuno in giro, tranne quelli come me. Noi che veniamo dall’altro mondo e siamo incaricati di occuparci degli uomini, lo facciamo all’alba”. “Di cosa ti occupi?”, chiese un po’ preoccupato il giovane. “Di matrimoni”. E una luce si accese sul volto di Wei. “Da quando sono bambino cerco una compagna, il mio più grande desiderio è quello di metter su famiglia. Cerco la mia compagna da 10 anni, potrebbe essere la figlia del governatore. È lei? Ti prego, dimmelo”. “No, non è lei. Tua moglie attualmente ha solo 3 anni, quando ne avrà 17 la sposerai”.

Quindi il vecchio raccontò al giovane cosa conteneva il grande sacco che aveva accanto: “Il filo rosso del destino per legare mariti e mogli. Non si può vedere, ma è questo il modo che consente a due persone di essere legati per sempre. Tagliarlo è impossibile”. Alle domande insistenti del giovane, il vecchio poi rispose: “La tua sposa è la figlia della vecchia Chen, che ha un banco al mercato”. In effetti Chen, molto anziana e cieca da un occhio, sedeva presso il suo banchetto con una bimba aggrappata al collo. “Porterà onori e ricchezze alla tua famiglia”, aggiunse il vecchio che poi si dileguò.

Wei, deluso, non credeva che quella piccola bimba, sporca e malridotta, avrebbe potuto essere una moglie degna di lui. Chiamò il suo servo e gli ordinò di uccidere la piccolina, in cambio di 100 monete di rame. Il servitore adempì al compito, ma non riuscì a colpire la bimba al cuore perché si voltò di scatto. La ferì tra gli occhi, ma credette comunque di averla uccisa.

Negli anni seguenti Wei continuò a cercar moglie senza successo. Si dimenticò di quella vecchia storia fin quando non strinse rapporti con il governatore di Shiangzhou, che gli offrì in sposa la sua figlia 17enne. Erano passati 14 anni dall’incontro col vecchio. La ragazza, bellissima ed assai devota, portava sempre sulla fronte una piccola pezza da cui non si separava mai. Wei un giorno le chiese perché: “Non sono la figlia del governatore, ma sua nipote”, confidò la giovane moglie in lacrime.

“Mio padre era governatore a Song, morì insieme a mia madre e a mio fratello quando avevo tre anni. Fui cresciuta dalla mia governante, si chiamava Chen, ed un giorno un pazzo tentò di uccidermi al mercato, provocandomi questa cicatrice. Qualche anno dopo mio zio mi prese con sé”. Wei di colpo capì che il vecchio aveva ragione e che la leggenda del filo rosso era autentica. Commosso e pentito, confessò alla moglie che era stato lui a ordinare di ucciderla e le raccontò tutta la storia. I due si amarono per sempre e diedero al mondo un figlio che li riempì di soddisfazioni.